Dopo aver navigato dalle Canarie alla Polinesia Francese, per consegnare una barca a vela, dovevo tornare in Italia in aereo e le tappe obbligate per i vari voli erano: Papete-Los Angeles- Parigi-Milano-Brescia. Colsi la possibilità di scendere nel fiume Colorado, dato che molti anni prima lo vidi dall’alto del Canyon. Siccome ero in un gruppo organizzato, non potei vivere quell’avventura. Rimase il desiderio in un cassetto della mente dopo più di trent’anni decisi di provare a scendere nel fiume Colorado e sbarcai nell’aeroporto di Los Angeles dove trovai, tramite un’agenzia, un autobus che in 7 ore mi portò nella zona degli alberghi nei pressi del Canyon del fiume Colorado: feci in tempo a visitare uno dei negozi aperti per vendere l’attrezzatura adatta a camminare sulle rocce per scendere al fiume. Trovai un paio di scarponi usati della mia misura, il sacco a pelo, che sempre si usa in barca con la cerata, lo avevo nello zaino e acquistai le calze di lana necessarie per camminare con gli scarponi, una pila, cibi concentrati, bottiglie di plastica da riempire d’acqua la mattina, prima della discesa. Prassi non molto diversa dalle esperienze fatte nelle nostre Alpi, in Africa, o nei vari trekking nelle montagne Himalayane.Fu decisamente dura la discesa fino al fiume, perché non ero più allenato alla montagna, divertente il lungo tratto di rafting sul gommone, massacrante e piena di adrenalina la risalita a dorso di mulo sul sentierino a strapiombo: cinque ore che mi resero doloranti per giorni i muscoli delle cosce e dei glutei. Furono in tutto 6 giorni pieni, compreso il ritorno a Los Angeles per riprendere le tratte varie: Parigi- Milano e poi il treno che mi porta a casa.Fu il più breve di tutti gli altri viaggi avventurosi, ma è uno degli indimenticabili.
Iniziai a imparare il Karate a 39 anni. Dopo 3 anni di apprendimento intenso sono riuscito a guadagnarmi la Cintura nera primo Dan. Riporto questo fatto per incoraggiare i giovani a studiare tecniche di difesa personale. Si può e si deve imparare le tecniche di difesa personale, come il Karate o altre tecniche di combattimento.
Tardo pomeriggio di martedì, parco della Martesana, all’altezza di Vimodrone, Nord di Milano. Il ragazzino cammina da solo, ha 17 anni; due rapinatori, all’apparenza nordafricani, lo attaccano per strappargli il cellulare. Preso alla sprovvista, incassa qualche colpo. In pochi secondi, però, si rialza. Si mette in guardia, e dentro quella posizione, raggiunta in un momento di pericolo, sta concentra e tutta la storia di questo giovane uomo: la disciplina di uno sport da combattimento, gli anni d’allenamento nella palestra di “muai thai”, il coraggio della reazione, il controllo emotivo, l’orgoglio e, più di tutto, il suo passato. Questo ragazzo dal temperamento tranquillo e l’intelligenza profonda, quand’era un bambino, alle elementari, è stato per anni vittima dei bulli della sua classe e dell’indifferenza della sua scuola, di professori che non seppero aiutarlo. Fare boxe thailandese, in seguito è servito per rafforzare muscoli e carattere; lo scelse insieme alla famiglia. Sugli aspetti più personali, nella denuncia fatta ai carabinieri della stazione di Vimodrone, non s’è dilungato: mi hanno aggredito alle spalle, mi sono girato, ho preso un pugno, anche qualche calcio, e sono caduto a terra. In quel momento mi sono detto: “Devi rialzarti subito”. Ce l’ho fatta. E mi sono messo in guardia ma certo avrà pensato alla sua storia mentre guardava i due rapinatori scappar via dal parco, perché lui aveva reagito, aveva picchiato, li aveva colpiti e spaventati. In telefonino, alla fine, l’aveva ancora in tasca.
Sono
uova di anatra quelle che vedi sui banchi del mercato all’aperto di
Guilin. Le chiamano “uova dei mille anni”. Messe sotto calce e
sale e tenute per molte settimane in vasi di cotto, la calce ed il
sale filtrano nei pori del guscio. L’albume diviene di un verde
solido, il tuorlo diventa nero e duro. Poi sono sepolte nel fango per
conservarle. Teoricamente si conservano per secoli, ma un paio d’anni
bastano per gustarle: sono una delizia servite a sottili fettine,
tipo tartufo, anche nel prezzo. Dopo quell’antipasto la tentazione
è stata forte quando ho letto sul menù “dog mit”, carne di
cane. L’avrei forse ordinata, ma quel giorno la cucina ne era
sprovvista. “Se Lei ordina oggi, domani pronto grande piatto di
cane”. Non ho avuto il coraggio di ordinarlo. I cani che si
vedevano nelle strade della “vecchia Cina” degli anni ’80 non
erano vivaci e nemmeno carini: pelo raso,mezza taglia, non
scodinzolano e nemmeno abbaiano; sembrano più pecore che cani. Avevo
assaggiato qualche anno prima il cane in occasione di un viaggio a
Singapore: fu su una giunca allestita a ristorante, dove una sera
servirono un cervo arrostito al forno tutto intero, ben rosolato, ma
senza testa. Aveva però una lunga coda. Fu posato sul tavolo e il
gruppo dei miei accompagnati cominciò a gustare l’arrosto. Piccole
lampadine e autentiche orchidee avvolgevano le sartie. A terra le
luci della città con i suoi grattacieli facevano da sfondo.
Splendido banchetto per una dozzina di persone. Il cervo era ripieno
di uova
sode
di gallina. Ma la coda sottile di discreta lunghezza e la mancanza
della testa mi fecero dubitare che i cervi fossero selvaggina locale,
vista la latitudine di Singapore. Comunque non potevano avere una
coda così lunga. Corruppi il cameriere con un biglietto da 1 dollaro
e quello mi disse candidamente che avevamo mangiato un cane. “Il
cuoco detto noi dire cervo perché europei non mangiare cani”.
Tenni per me la scoperta. La giunca all’ancora rollava leggermente
e la rivelazione avrebbe provocato a molti dei miei accompagnati un
trasferimento del pasto in mare. Torniamo al viaggio in Cina: è
prevista dal catalogo un visita in bicicletta ad una “comune
agricola”. I miei sedici accompagnati si danno allo shopping nella
città (una delle più piccole delle grandi città della Cina,Guilin,
conta “solo” un milione di abitanti nel 1982). In agosto quel
milione di abitanti vive nelle strade e nelle piazze. Tornato in
Italia i miei famigliari mi chiesero come sono i cinesi e
spontaneamente dico “tanti”. Cerco di comunicare al noleggiatore
di biciclette il mio intendimento: diciassette bici per domani alle
ore 9 ed un cinese parlante inglese che ci accompagni in una comune
agricola. Capisce il numero 17 scritto su foglio e comincia a contare
le biciclette.

Per
un’ora circa chiedo ad ogni passante vestito all’europea: “do
you
speak english?”. Un cortese sorriso e via. Finalmente un
giapponese, probabilmente un uomo d’affari, saputa la mia richiesta
scrive sulla carta una fila verticale di ideogrammi, non più di una
dozzina. Lui non parlava il cinese, ma il mattino dopo c’era ad
attenderci uno studente cinese che ci accompagnò e ci spiegò in
perfetto inglese gli usi e costumi della comune agricola. Scoprirò
più tardi che imparando a scrivere e leggere un centinaio di
ideogrammi è possibile comunicare, solo per iscritto, con molti dei
popoli del sud oriente asiatico; i suoni sono una cosa diversa e
variano fra i mille dialetti e lingue diverse. Gli ideo grammi
esprimono appunto idee, concetti e cose: sono dei piccoli disegni
stilizzati. Simpatico l’approccio col tassista cui chiesi di
portarmi all’aeroporto. Airport. Mi fece ripetere la parola ed io
evidenziai le consonanti: ai r po r t. Lui scoppiò in un a grande
risata vedendo la mia lingua che vibrava pronunciando la erre. Mi
rammento che nella lingua cinese non esiste la erre. Gli faccio
capire la destinazione sbattendo le braccia come ali. In Cina non
esisteva la possibilità di prenotare più tratte di volo, non
avevano il computer. Ogni volta code e spintoni in aeroporto,
sperando di trovare il posto per diciassette persone. Nell’ultimo
viaggio interno di quell’enorme paese, trovai solo nove posti.
Arrivai a Shangai di notte e l’aeroporto era in pieno
ammodernamento: operai giapponesi vi stavano allestendo tutte le
innovazioni moderne: tabelloni degli arrivi ecc. Provvisorie lavagne
con scritte in gesso in ideogrammi informano gli orari dei voli. Esco
sulle piste all’arrivo di ogni aereo per vedere fra le centinaia di
persone vi erano le mie sette pecorelle. Poi un drappello di militari
con fucile a tracolla mi circonda; fortunatamente non sono minacciosi
e sorridono: cerco di giustificare le mie invasioni della zona
riservata alle piste di arrivo, ma è come parlare al vento. Mi
conducono in un ufficio, dove gentili impiegate telefonarono e mi
informano dell’ora di arrivo dei miei accompagnati. Ora la Cina è
profondamente cambiata. Tante automobili, grattacieli, smog, acqua
inquinata anche nelle campagne, cantieri ovunque. Preferisco
ricordarmi quella delle mille biciclette e dei lunghi autobus a
soffietto.
Partiamo da Las Palmas in tre persone Dopo 21 giorni di navigazione atlantica prendiamo terra ai Carabi in quattro. Sembra inverosimile? E’ accaduto. Una telefonata il giorno 6 Dicembre 2006: “Sono Marco, ho visto per caso il tuo sito internet: potresti entro due o tre giorni partire dalle Canarie per dare una mano a trasferire un catamarano ai Caraibi?”
Ci penso, mi consulto con mia moglie, decido di cogliere al volo questa opportunità; chiuderò la mia carriera di lunghe navigazioni con una barca per me nuova: un catamarano da crociera. Arrivo a Las Palmas, Gran Canaria, il giorno 9 Di cembre con un volo “last minute”. In taxi al puerto deportivo. E’ buio e fatico a localizzare un catamarano di nome “Azul”, quando lo trovo è chiuso, luci spente. Affiancato c’è un catamarano gemello, “Cochis”, illuminato. Col cellulare chiamo il numero dello skipper
di “Azul”, ed è Marco che si affaccia in pozzetto col suo faccione allegro e la voce cordiale un, po’ roca dalle sigarette, e l’accento milanese: “Sali Bruno, ti aiuto a portare il saccone a bordo, dopo cena ci sposteremo
sul mio catamarano”. Conosco anche lo skipper del

verrà mangiato crudo condito con limone e olio
Cochis ed il marinaio. Mi informano che i due catamarani viaggeranno in
coppia per la traversata ai Caraibi. Due fratelli che arriveranno da Viterbo completeranno i due equipaggi. La cabina che Marco mi assegna è quanto di più lussuoso io abbia trovato su una imbarcazione a vela.
Come tutti i catamarani da crociera attrezzati per il Charter vi sono: quattro cabine doppie, ciascuna con bagno privato, doccia con acqua calda a volontà (vi è un generatore diesel di corrente che fa funzionare il
dissalatore). Persino un telefono satellitare. Dopo 2 giorni arrivano i due fratelli, Lamberto e Massimiliano. Il mare è brutto, vi sono 35 nodi e onde notevoli: abbiamo tutto il tempo per fare cambusa e il mare ci permette di partire il 12 Dicembre. Massimiliano sarà a bordo di Azul, suo fratello Lamberto si imbarcherà su Cochis. Dopo circa una settimana di navigazione in tandem, distanziati più o meno 4 o 5 miglia, lo skipper di Co- chis cambia idea, non vuole più arrivare alle Antille, decide di fare rotta sulle isole di Capoverde, pensando di trovare maggiori probabilità di lavoro. La verità probabilmente è il pentimento di avere abbandonato
la sua attività lavorativa per fare lo skipper, un lavoro che non era a lui adatto. Lamberto non è d’accordo e vuole arrivare ai Caraibi col fratello, chiede quindi a Marco di prenderlo a bordo. Non avevo mai visto un
trasbordo di persona da una barca ad un’altra in pieno oceano: i due catamarani, in un giorno di calma di vento (l’onda lunga però fa ballare) si fermano ad una distanza di quaranta metri. Un gommone, senza motore, legato con una cima, viene calato in mare: Lamberto si avvicina a remi.
Il moto ondoso oceanico rende vivace e decisamente impegnativo il trasbordo di Lamberto e merci varie; il gommoncino è recuperato con la cima da Cocis. E’ strano vedere una barca che cambia direzione per fare
rotta su Capoverde, distante centosessanta miglia, circa ventiquattro ore di navigazione. Ci salutiamo con un certo rimpianto. I giorni e le notti di navigazione si susseguono con tanti tramonti a prua e ovviamente albe a poppa, dato che andiamo verso ovest. Ogni cinque giorni circa spostiamo indietro l’orologio di un’ora, così giungeremo ai Caraibi con l’ora locale. Ora siamo in quattro: più leggeri i turni di notte. Passatempo migliore, oltre ai turni di cucina e di guardia, è la pesca al traino e scopro che Massimiliano ne è un vero e proprio professionista. Due canne da pesca poste alla distanza di circa sette metri, cioè la larghezza del catamarano, ci fanno pescare una media di due tonnetti (o dorado) al giorno, sempre alla velocità di sette od otto nodi. I primi giorni mangiavamo pesce crudo o cucinato in molti modi, ma poi, stanchi del monotono, si mangiano pastasciutte e frutta. Si pesca per diletto e si ributta in mare la preda che continuerà a vivere. Notevole l’emozione nel tirare a bordo due Marlin, uno lungo due metri, dalla punta della spada alle pinne di coda. In questa occasione, ho scoperto come uccidere il pesce issato a bordo senza farlo soffrire troppo, evitando spruzzi di sangue addosso: un goccio di rum o altro alcolico buttato nelle branchie o in bocca, non appena abbiamo la testa della preda a portata di mano;
la fa morire all’istante. Si guasta il pilota automatico cinque giorni prima
dell’arrivo, ed i turni al timone ora, sono ben più impegnativi. Si guasta anche il generatore di corrente: si economizza l’acqua come sulle normali barche. Marco pensa che metterà una pompa a pedale per lavare i piatti con l’acqua di mare: per ora laviamo piatti e pentole a turno seduti sui gradini di poppa coi pie di in mare, sempre alla velocità media di sette nodi. La voglia di un bagno di mare coglie tutti: buttiamo una cima in acqua con un paio di gasse e ci caliamo in mare a turno: un idromassaggio a sette nodi è così piacevole che non vogliamo pensare che potremmo diventare l’esca per uno squalo. La meta è Tobago Cais, sicuramente il più bell’anco raggio dei Carabi, dove buttiamo l’ancora il 2 Gennaio 2007: file di catamarani sono ancorati fra questi isolotti
di sabbia bianchissima ed i colori del mare attraggono irresistibilmente. L’ultima volta che gettai l’ancora a Tobago Cais c’erano solo poche barche tradizionali. Ora sostano dozzine di catamarani. Stazionano tutto l’anno alla Martinica; sono di proprietà di compagnie finanziarie e sono noleggiati da agenzie nautiche, i loro skipper arrivano alla Martinica in aereo, passano qualche settimana fra le isole e poi rincasano in aereo. Uno di loro ha l’equipaggio vacanziero composto solo da donne, sei, tutte giovani e carine. Noi facciamo due settimane di navigazione con soste lunghe risalendo controvento da Union alla Martinica. Prima di partire, una cena di addio con l’equipaggio: sarà per me un lieto ricordo l’allegria di Marco, la prorompente vitalità di Massimiliano, la saggezza, la gene-
rosità e le capacità veliche di Lamberto. Quest’ultimo, rimasto ai Carabi, mi ha inviato recentemente una email: si è imbarcato su un Halberg-Rassey 51 con equipaggio di italiani diretto a Panama. L’ho incoraggiato a
proseguire nel Pacifico. Questa è stata la mia ultima traversata Atlantica, per ragioni anagrafi che. Durante la navigazione, oltre a festeggiare il Natale con panettone, abbiamo festeggiato il mio 75° compleanno con spumante e il capodanno 2007 con polenta e cotechino, come da vecchia tradizione lombarda.
Una telefonata dal Venezuela: un signore ha appena acquistato un barca a vela, un Ovni 45, un’occasione. Sono contento di poter provare la barca d’alluminio del cantiere francese Alubat. Il programma: dal Venezuela la traversata fino a Grenada, poi le Grenadine, Bequia, S. Vincent, S. Lucia, La Martinica ed eventualmente giungere alle Isole Vergini. Le piccole Antille, le isole che gli americani chiamano “banana republics”, sono considerate il paradiso dei velisti. Sole e vento. Ma quel mese di Dicembre ‘98 l’Aliseo è stato particolarmente forte e non è stata paradisiaca la traversata da Puerto de La Cruz, Venezuela, alla Martinica, posta al centro della splendida collana delle Isole sopravvento. Vento di prua che costringe ad una bolina strettissima con onda ripida. L’equipaggio è formato da me e dall’armatore, velista alla sua prima esperienza. Piovaschi violenti e vento intorno ai venticinque trenta nodi. Sempre di prua. Lunga tappa a Grenada,l’Isola delle spezie. Qui sbarcarono i marines americani dopo che questa venne occupata dai “consiglieri militari” cubani. Nella città vi è un piccolo museo con cimeli di quella battaglia.

Qualche nuvola all’ aurora abbellisce il mare.
Dopo una sosta di una settimana arranchiamo a motore, sempre con vento e onda contro, verso le altre Grenadine. Lunga tappa a Bequia, poi S. Vincent, S. Lucia, indi Martinica. Certo, durante le lunghe soste nelle isole, anche se il caldo è eccessivo, vale la pena riposarsi in certe baie: sono di una bellezza mozzafiato. L’armatore, stanco del controvento, decide di interrompere il programma e tornare in Venezuela, sognando di avere finalmente onda e vento al lasco al ritorno. Ed allora l’Aliseo, maledetto, smette di soffi are, va in bonaccia. Soffi a a solo 5-6 nodi. Pochi quando si deve navigare in poppa o al lasco. Procediamo a motore, perché l’armatore, velista principiante, non vuol saperne dello spinnaker, la grande vela colorata che fa camminare la barca anche con poco vento in poppa. Così proseguiamo a motore fino a Grenada. Altra lunga tappa di una settimana in attesa dell’Aliseo, che alla fine sembra riprendere fiato: salpiamo e finalmente il motore riposa assieme ai nostri timpani. La rotta per il Venezuela passa nei pressi di un gruppo d’isolette: Islas Los Testigos (i Testimoni), abitate solo da pescatori. E’ notte e secondo il portolano il faro non è sempre funzionante. Traccio la rotta passante a cinque miglia ad est del piccolo arcipelago. Scorgiamo il faro circa dieci miglia avanti, un po’ alla mia destra. Bene, il faro funziona e ci indica che passiamo ad est delle isole, come da rotta iniziale. Dopo un’ora vedo il faro più vicino, ma esattamente a prua. Il pilota automatico non può avere deviato; la rotta bussola è sempre 180. Orzo 10 gradi 83a est ed il faro lo rivedo nuovamente a destra, ma non sono tranquillo; sicuramente esiste nella zona delle Testigos una corrente molto forte che il portolano accennava correre verso sud, invece è verso ovest e tenta di portarci contro le isolette. Orzo di altri 25° verso est,dal gran lasco passiamo ad un’andatura di bolina larga traverso. La barca acquista velocità e si allontana da quel pericolo. Finalmente mi sento al sicuro perché il faro è sorpassato. Correggo sulla carta la rotta e procediamo verso Trinidad, uno Stato Caraibico, un‘isola di un milione e mezzo di abitanti, un poco fuori rotta, ma che vale la pena visitare. Dopo una mezz’ ora vedo a prua, a poche miglia, un fila di piccole luci lampeggianti: sicuramente una rete da pesca lunga almeno 5 miglia, che attraversa la nostra rotta. Qualche imprecazione mi scappa, ma d’ altronde i pescatori lavorano con le reti; e meno male che le segnalano con le luci! Nuovo cambio di rotta per aggirare la lunga linea di luci che sembrano non finire mai. Navighiamo a vela un’altra oretta fuori rotta e finalmente sorpassiamo la catena di luci stroboscopi che. Riprendo di nuovo la rotta, corretta naturalmente dopo aver avuto dal GPS il nuovo punto nave. Ma le sorprese non sono ancora finite: c’è sempre buio e la barca, con le vele gonfi e, rallenta di colpo: quasi una mano del dio Nettuno spingesse delicatamente la prua indietro fino a che la barca si blocca, mentre le vele continuano a spingere nel silenzio che diventa ora impressionante. Per un secondo penso ai mostri marini, come i navigatori dei secoli scorsi pieni di paure per leggende che venivano tramandate fra i membri degli equipaggi analfabeti; o forse la stanchezza si fa sentire, ma poi la mente mi dice che siamo incappati in un’altra rete, questa volta non segnalata. Impreco contro i pescatori. E’ buio pesto: come uscire dalla rete? Accendere il motore e forzare significa quasi sicuramente avvolgere la rete attorno all’elica e di conseguenza bloccare il motore. Scendere sotto al buio armato di coltello per liberare l’elica non è un’idea entusiasmante. Per un attimo mi sento un tonno. Poi mi sovviene che quella barca ha la deriva mobile e si può alzare anche la pala del timone. Agire sui comandi idraulici è questione di due minuti: la barca spinta dalle vele lentamente comincia a muoversi, poi sembra addirittura che faccia un piccolo balzo, uno strappo e subito riprende la sua corsa veloce verso il Trinidad. Sono felice, anche se sento dalla radio, il VHF di bordo, urlare parolacce in spagnolo: è il pescatore che probabilmente è a poche miglia, presso il capo della lunghissima rete, (sicuramente non aveva luci nemmeno sulla sua barchetta) e si è accorto che la rete è stata danneggiata.E’ comprensibile che molti si stanchino di rifare il tragitto Venezuela-Caraibi due volte all’anno per mettere la barca al sicuro degli uragani del periodo estivo. Lasciare la barca in estate ai Caraibi è decisamente rischioso, anche gli hurrican’s holes, cioè i porti dove statisticamente non dovrebbero mai passare gli uragani, negli anni recenti si sono dimostrati disastrosi. Generalmente le barche che attraversano l’Atlantico arrivano alla Martinica, posta a metà circa della corona delle Piccole Antille che si sgrana da nord a sud. L’isola è la più gettonata perché i voli per tornare in Europa via Parigi sono economici e abbastanza frequenti. Inoltre è ben fornita di specialisti di attrezzature per barche. Gli equipaggi, dopo la traversata, prendono il volo per Parigi da quest’isola, territorio Francese. Chi resta a bordo, veleggia trascorrendo l’inverno al caldo per poi scegliere se tornare in Mediterraneo affrontando la più aspra rotta Atlantica di ritorno via Azzorre e Gibilterra, oppure portarla in Venezuela, ogni anno al sicuro per ritornarci l’inverno successivo e trasferirsi alle Antille a veleggiare. Bisogna poi mettere in conto i disagi dei viaggi aerei dall’Europa Via Caracas, dove spesso non trovi coincidenza con il volo interno per la costa e devi dormire in alberghi a dire poco orripilanti: ecco perché, dopo qualche anno, molti mettono in vendita la barca. “Visibile in Venezuela” si legge spesso sulle inserzioni sulle riviste di nautica. Esiste recentemente un’altra soluzione per evitare la traversata di ritorno in Mediterraneo: una nave appositamente attrezzata per trasferire barche dai Caraibi al Mediterraneo. Senza bisogno di disalberare. Ovviamente costa una grossa somma. Qualcuno, i più fortunati e avventurosi con un paio d’anni a disposizione, sceglie di passare il canale di Panama e farsi il giro del mondo spinto dai “Trade Winds”, i venti commerciali che permettevano alle navi della marineria velica di fare il giro del mondo con venti portanti. È un giro sempre nella fascia tropicale ed equatoriale; a sud dell’equatore ti permette di visitare le Galapagos, la Polinesia francese, la miriade di altre isole del Pacifico fino all’Australia del nord, risalire poi in Indonesia, riattraversare l’Equatore e visitare lo SryLanka, fermarsi alle Maldive, alle Seicelle. Si rientra in Mediterraneo dal mar Rosso e dal canale di Suez. Uno dei pezzi più duri di tutto il giro del mondo con venti portanti, può essere la traversata del mar dei Caraibi, praticamente il tratto Piccole Antille – Canale di Panama, oltre 1100 miglia (2000 Km) di mare con onda ripida e trafficato da grosse navi da carico (Cargo) che si dirigono a Panama o ne provengono. I mesi invernali sono esenti dagli uragani, sono però il periodo di massima intensità degli alisei e le condizioni di mare possono diventare difficili per le piccole barche. Meglio attraversare tra Aprile e Maggio, quando l’aliseo diminuisce e non è ancora stagione degli uragani. Importante tracciare la rotta passando a cento miglia dalla costa della Columbia: una piccola barca a vela con equipaggio ridotto è estremamente vulnerabile per la pirateria, generalmente legata ai traffici di droga. Lo stesso problema si ripresenta in altri mari (Filippine, Mar Giallo, Coste Somale, Mar Rosso) ma generalmente le barche cercano di unirsi in un gruppo per dividersi la spesa di un elicottero della polizia per i tratti pericolosi. In conclusione: è vero che molti giri del mondo sono nati dal timore della traversata atlantica Ovest-Est, ma è anche vero che, pur essendo obbligati a seguire una rotta decisamente meno calda perché più a nord, è entusiasmante anche riattraversare l’Atlantico, pur con la cerata addosso: è sempre una bella avventura e la tappa alle isole Azzorre è decisamente apprezzabile.
Ottobre in Grecia. È ancora estate, ma non è torrido: è dolce, il vento meno forte. Lasciare Corfù ed i colori della vegetazione di Paxsos, fa già sentire il rimpianto del suo mare e la voglia di restare. Ma bisogna partire per la traversata del Mediterraneo fi no a Gibilterra. Tappa a Reggio Calabria, lo stretto di Messina e il nord della Sicilia, fi no a Palermo. La sera usciamo per un’ora di turismo veloce. La stanchezza della navigazione ci fa andare tutti a nanna. Al mattino abbiamo occasione di fare colazione al bar: la tipica brioche calda con ripieno di granita al limone. Ottima colazione se gustata in Sicilia.La barca è attrezzata per il charter e Mario, il proprietario, ha fretta di giungere a Gibilterra. Avrà un equipaggio di clienti, aspiranti alla prima traversata oceanica. Assieme leggiamo il bollettino meteo esposto alla capitaneria: previsto mare forza 5 in intensificazione da sud-ovest. Sarà una libecciata che nel mese di Ottobre può facilmente giungere a forza 7 od 8, con onde e vento forte.Mario, che facciamo ?” Nadia e Luisa sono due passeggere e non possono stare al timone. Gigi e Alberto vanno bene in barca, ma se c’è mare grosso saremo solo noi due a darci il cambio al timone.” 31Bolina dura e bagnata nella traversata di ritorno verso l’Europa 32 D’annunzio scrisse Navigare necesse est. La frase latina Mario l’ha detta in veneziano, ma il significato è identico. “Gavemo de partir per forsa”.Porto più vicino per eventuale riparo: Cagliari, che è proprio sulla rotta per la tappa delle Baleari. Partiamo da Palermo con mare piatto come uno stagno,nemmeno una leggera brezza. Cielo grigio ed un’aria stranamente umida. Dopo un’ora il vento comincia improvviso a soffi are da sud-ovest come da previsione; le onde colpiscono la barca sul fi anco sinistro ed il mare rapidamente arriva a forza 7. Ci prepariamo ad affrontare la burrasca in arrivo: in pochi minuti cominciamo a ridurre la randa al minimo e cambiamo il fi occo grande con uno medio appena in tempo. Quasi subito la forza del vento arriva a forza 9: le onde del libeccio non ci permetteranno più di andare a prua per metter un fi occo piccolo, cioè la tormentina. Bisogna timonare con grande attenzione perché ogni onda che arriva, può colpire quelli che sono fuori in pozzetto legati sopravvento per riempirlo con quintalate di acqua. Nadia soffre il mal di mare e si precipita in cabina in cuccetta con un secchio vicino. Tutti i portelli sono chiusi: stare sottocoperta è come essere in un soffocante shaker. Comincia la lotta con le onde che non debbono entrare nel pozzetto. La barca è sbandata di 45° e Alberto, Gigi e Luisa siedono sopravvento, la parte che ora si trova più alta, ben legati con cime alle bitte. Mario mi dà il cambio al timone ed io sto sdraiato sottovento e legato. Cerco di dormire ma una manovra non perfetta del timoniere lascia entrare un’ondata enorme che colpisce Luisa alla schiena: una massa d’acqua e lei mi piombano addosso e annaspo sott’acqua senza respiro. Sarà l’occasione, dopo qualche minuto, per una risata rilassante. Poi è una lunga battaglia che dura tutta la notte. Al buio si vede la schiuma bianca sulla cresta delle onde: sbircio con l’occhio sinistro l’arrivo dell’onda e devo poggiare a destra, così che il colpo non arrivi al traverso ma quasi a poppa. La barca viene alzata di qualche metro e scende sulla china dell’onda; per evitare che si pianti con la prua bisogna orzare di nuovo. Una rotta a zigzag per circa 14 ore: al timone ci alterniamo Mario ed io ogni 15 o 20 minuti. Mai vissuta una notte così lunga e faticosa.Giungiamo sfiniti in un porticciolo nei pressi di Cagliari: la burrasca è cessata, ma tutti i componenti dell’equipaggio rinunciano alla meta e sbarcano per tornare a casa. Io e Mario proseguiamo da soli la navigazione, con due tappe alle Baleari: Minorca e Ibiza. Lasciamo la barca dopo pochi giorni nei pressi di Gibilterra.

Qualcuno mi disse che le cose potrebbero anche andare molto peggio !
Sii grato che hai la salute
Sii dolente perché non l’avrai per sempre
Sii contento almeno d’essere vivo
Sii infuriato perché dovrai morire…
Esse potrebbero anche andare molto ma molto meglio ! E non venire a dirmi che Dio opera secondo piani misteriosi. Non vi e proprio nulla di misterioso in quello che fa. Si diverte. Oppure si è completamente dimenticato di noi. Ma buon Dio, come si fa a credere in un essere supremo che trova bello includere nella sua creazione la carie, le infiammazioni prostatiche, qualche dozzina di tipi di cancro, cosa pensava quando decise di imporre ai vecchi di non controllare i movimenti dell’intestino ? Per quale assurda ragione ha creato il dolore ?
Qualcuno dice che è utile, e’ un campanello di allarme che segnala che il corpo è in pericolo !
Ma non è stato molto caritatevole quando ha creato il dolore : magari andava bene solo il
suono di un campanello. Per giustificare il dolore, i teologi hanno pensato al peccato originale, che affermano essere la causa di tutti i dolori. Pensate un po’:miliardi di persone vissute nei millenni hanno sofferto spasimi atroci. Solo perché la maledetta copia di Adamo ed Eva ha disubbidito al Padreterno.
Supponiamo che tutti gli scienziati,da Galileo in poi, abbiano preso un abbaglio e tutta la tecnologia dei ricercatori sia solo un giochetto speculativo, ed i creazionisti abbiano azzeccato la verità, cioè che il mondo abbia solo seimila anni ed i due complici, creati da un Dio che si annoiava da solo nel paradiso terrestre, non può assolutamente essere credibile che tutta la tragedia abbia avuto origine dalla famosa mela. Dico io! Ma è possibile?
Dice Giovanni Stipi ( uno scrittore bresciano ) e scrive : L’uomo è la misura di tutte le cose. Quindi anche dell’universo. E l’universo è la misura dell’ignoranza dell’uomo. Innumerevoli stelle. Innumerevoli galassie. (Innumerevoli universi ?) E’ il regno dell’innumerevole. Troppo di tutto. Eppure, suggerisce la ragione, se potessimo raccogliere tutta la materia sparsa per l’universo e stringerla in unità, essa assumerebbe le dimensioni di una pallina da tennis. Nessuno si sgomenta di fronte ad una pallina da tennis. Potremmo immaginare una graziosa scatoletta. La apriamo e subito si ricrea l’universo. Come in un giuoco. Ma l’universo non ha il senso dell’umorismo. Allora immaginiamo una realtà senza confini. Come è consolante la nostra immaginazione. Al posto della pallina una realtà incommensurabile, di fronte alla quale il nostro e tutti i milioni di universi che possiamo ipotizzare diventano una povera cosa. Ma di questa incommensurabile realtà facciamo parte anche noi. Potrebbe essere l’astuzia suprema della ragione.
La fede nella fede e la fede nella ragione inducono diverse consolazioni. Ma sempre su tutto svetta la torre dell’io. La sua automatica centralità. Privilegio e prigione a un tempo.
Forse l’intelligenza non appartiene solo all’uomo. Forse in qualche mondo lontano vi sono altre forme di autocoscienza. La coscienza dell’io, qual’è apparsa sulla Terra è un fiore delicatissimo, Per sbocciare esige un numero così alto di circostanze favorevoli che è altamente improbabile che sia fiorito altrove. Oppure. L’universo è qualcosa di estremamente ricco e vario. Possiede un numero tele d’ambienti e condizioni climatiche che è altamente improbabile che il fiore dell’autocoscienza non sia sbocciato anche altrove. Dilemma.
Ero al timone, sotto le stelle che brillano nell’atmosfera pulita dall’Aliseo, il vento dell’Atlantico che porta le barche a vela verso le Americhe.
Parrebbe facile contar le stelle, e per passare il tempo cerco di riconoscere le costellazioni e quando ero col naso verso il firmamento, sento con spavento una sberla sulla faccia; impreco ad alta voce ma subito mi trattengo perché ai miei piedi vi è un pesce volante.
Tutti i velisti d’altura sanno che i pesci con le lunghe pinne volano per parecchi metri fuori dal mare per fuggire i predatori, non possono cambiare direzione e spesso si accasciano anche sulla coperta della barca. Infatti al mattino si vedono morti e qualcuno li frigge in padella.
Ma ci vuole “fortuna” per essere colpiti in faccia. Fa parte dei tanti piccoli ricordi di mare. Ora in attesa delle erinni odo che i politici italiani non hanno smesso di rubare; hanno solo smesso di vergognarsi.
Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro, sono dei contribuenti.
Le stelle: dai nostri progenitori, la volta celeste era stata interpretata come un grande schermo attraverso il quale la divinità comunicava con l’uomo, ma soltanto a pochi iniziati, ovviamente i più intelligenti e dotati di molta furbizia era possibile interpretarne il significato! Emerse così la casta dei sacerdoti-astronomi, i cui appartenenti erano in grado di comunicare ai regnanti il volere e le indicazioni degli dei. Davanti ai re tali persone godevano di grande prestigio e, di conseguenza, di privilegi rispetto al popolo.
Ovviamente la loro concezione di universo era legata alle apparenze: la terra piatta, dove il cielo era una volta solida in cui erano incastonate le stelle. L’esistenza dell’imboccatura di una caverna dove il Sole andava a riposare durante la notte: insomma gli astri erano personaggi umani, era una visione antropomorfa.
Nelle notti al timone contemplo le stelle e mi sento un fortunato mortale che ha lasciato la terra abitata da bipedi affannati, che corrono al distributore per fare il pieno al motore: il giorno dopo affronteranno le code in autostrada per il weekend in spiaggia. Chi sul mare naviga per lavoro o per diletto, non vede la televisione né legge i giornali e non sente parlare di politica, della corruzione e di quel figlio di buona donna che ha rubato “legalmente”, secondo la legge che lui ha creato. Quando giunge il buio della notte, le stelle sono una benedizione divina per il navigante.
Scendo a farmi un caffè e torno al timone: libero e con tutto il mare e il cielo solo per me. Uno sguardo a Orione, e contemplo le stelle, mie compagne di viaggio. In quel vasto universo la distanza della Terra dal Sole, otto minuti luce, cioè miserabili 150 milioni di Km. appare un’inezia rispetto alla distanza della stella polare, che dista 470 anni luce. Mi rendo conto che io calcolo la rotta sulla sua posizione, che è sempre il Nord, sapendo che ha impiegato circa 5 secoli per arrivare a me; e magari lei è finita, scomparsa da qualche millenio, perché normale la morte o la nascita delle stelle.
Non solo i ricordi sono i compagni del mio navigare; riflessioni fatte a bassa voce rendono più chiari i miei pensieri: ciascuno di noi cerca di spendere i propri giorni come meglio può. Io spesso mi son chiesto se le mie scelte di vita “da pensionato” siano state giuste; era forse meglio continuare a lavorare nel commercio fino ala fine dei miei giorni ?
Forse, se l’accumulare denaro fosse stato fonte di piacere, come lo è per molti, era sicuramente meglio.
Ma qualora nascesse una religione che permette di portarsi la carta di credito nell’aldilà, mi rimetterei subito al lavoro magari vendendo le carte di credito che non possono che essere definite “spirituali”, e potrei venderle chiamandole “ indulgenze”.
Non sarebbe male per lavorare on line e possibilmente tenere conferenze vestito in modo appropriato con abiti di tessuti luccicanti e un copricapo importante: sarebbe un rispettabile lavoro con notevoli guadagni.
Ma temo che qualcuno questo commercio lo stia già facendo da molti secoli, ben prima di me.
