Ricordi lontani

Pubblicato da Bruno Roversi il

Durante i miei anni della scuola elementare c’era il Sabato Fascista: mia madre dovette ritagliare da un cappotto militare della guerra 1915-18 e tinse di nero una camicia chiara: era la divisa del Figlio della Lupa capitolina e in quinta fui un Balilla. Il copricapo si chiamava Fèz donato dal Partito: la divisa fu completa. Bisognava indossarla ogni sabato pomeriggio, dove si marciava, stava sull’attenti e poi, in posizione militare di riposo, si ascoltava il discorso del Podestà o del Commissario del Partito, ovviamente l’unico partito. Questo succedeva nelle piazze dei paesi e città d’Italia. Stavo ovviamente zitto, ma dopo decine di “Sabato Fascista” e le mille volte nei “Film Luce che proiettati ogni giorno al cinema, e vedere mille volte quelle mascelle protese, quelle mani sui fianchi sul balcone di piazza Venezia, detestai il fascismo. Seppi, dopo la fine della guerra, un fatto accaduto durante la dittatura: del fascismo: a Roma durante un grande raduno di giovani universitari, un gruppetto, capitanato dagli studenti Fruttero e Lucentini, aveva stampato con il “piccolo tipografo” un gioco per bambini aspiranti giornalisti- sulle fasce interne delle stelle filanti c’erano frasi contro il fascismo, Mussolini, l’Impero, Ciano, Starace e altri gerarchi del PNF. I congiurati si mescolarono cautamente nel grande gruppo di studenti, lasciando cadere dalle tasche della giacca le stelle filanti con le scritte sovversive. Gli studenti inebriati non lessero le frasi: raccolsero le stelle filanti e le gettarono festosamente in aria. Per mezz’ora il radioso cielo di Roma e il cortile dell’Università furono gremiti da quelle frasi, che deridevano il “genio della nostra Razza”. Solo Lucentini fu arrestato, deferito al Tribunale Speciale, e rinchiuso per sei mesi a Regina Coeli. Poi fu cacciato nell’esercito. Non era mai esistito un soldato così infimo. Marciava fuori tempo, non capiva i comandi, dimenticava lo zaino, allacciava male gli scarponi, non salutava col focoso battere dei tacchi, non si abbottonava bene la giubba: era l’infame del reggimento. Ma grazie al suo talento Lucentini si salvò. Come tutti i militari aveva appreso i tempi di smontaggio e montaggio del fucile dell’Esercito italiano. Cominciò a studiare: prese appunti, osservò i movimenti dei soldati col fucile, l’ordine seguito nel montare e rimontare, individuò i gesti superflui, i tempi vuoti. Dopo un mese di studi e di prove, Lucentini inventò un metodo di caricamento nuovo, che risparmiava un terzo del tempo di caricamento e scaricamento, fino allora necessario. Quando un ufficiale scoprì che il peggiore soldato dell’esercito aveva inventato un sistema rivoluzionario, che forse avrebbe permesso di vincere la guerra. Finì la guerra, per fortuna persa, altrimenti saremmo ora nipoti “ariani” di Hitler. Lucentini tornò a fare lo scrittore di romanzi con Fruttero: scrissero sempre romanzi a quattro mani. I loro libri erano firmati – Fruttero e Lucentini -ora sono scomparsi, ma i romanzi della coppia di amici sono ancora venduti o si trovano nelle biblioteche.

Categorie: Racconti

1 commento

Alessandra Roversi · Ottobre 31, 2019 alle 8:57 am

Grande uomo Lucentini!

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