Il Corvo

Pubblicato da Bruno Roversi il

Se un giorno lontano in Via 25 Aprile hai notato un quattordicenne in bicicletta gridare “ Checco” e un grosso Corvo volare dai tetti sulla sua spalla, vuol dire “che tè set dè Munticiar” e che ora hai almeno la mia avanzata età.L’amicizia e l’amore tra me e Checco nacque a Ossimo Superiore, nell’alta Val Camonica. E’ li che trascorrevo dai parenti le mie vacanze. E, oltre a lunghe camminate in montagna, i miei parenti notarono la mia curiosità rivolta ai Corvi e mi promisero che ne avrebbero preso per me uno dal nido. Quando tornai in Lambretta, il celebre motoscooter Innocenti, derivato da quelli dei Parà, vidi nel sottoscala, al buio, il grosso becco e i due occhi del corvo che mi fissarono: “Bruno, prendilo, devi essere tu che devi metterlo nello scatolone di cartone, con un buco perché possa respirare durante il viaggio di ritorno. A quel tempo la parola “Imprinting” era nota solo ai naturalisti, ma i montanari sapevano di questo comportamento di molti animali.

Sulla via del ritorno, con una media dei 35 Km/ora (tornanti vari) impiegai oltre 4 ore, mentre la testa del corvo spunta sempre dal buco del cartone legato sul portapacchi , vigile e interessato al percorso. Ogni ora mi fermavo e gli parlavo.

Nella tappa sul lago d’Iseo comprai due pesche, una per me e una rotta in tre pezzi che Checco – il diminutivo camuno di Francesco- ingollò felice. Da allora fummo amici: a casa lo lasciai libero in cortile, da dove ogni tanto decollava per i primo voli, poi iniziò le sue battaglie coi vicini di casa, volando nelle finestre , e quando lo trovavano in camera da letto, mentre trafugava monetine, anellini e tutto ciò che brilla erano guai. Sorpreso dai padroni di casa sul comò allargava le ali spalancando il becco emettendo un furioso Craa-craa ! Solo con la scopa tornava in cortile per infilare il maltolto nei buchi della vecchia muraglia. Dovevamo recuperare gli oggettini e le monete e scusarci ogni volta con i vicini. Durante un’influenza che mi tenne a letto per tre giorni Checco rimase appollaiato sul capezzale ininterrottamente ; mia madre ogni tanto doveva pulire i guano che cadeva a terra.Ogni mattina, saliva nella mia camera e mi svegliava beccando con delicatezza il lobo dell’orecchio e sentivo il suo fiato caldo sulla faccia. Insomma eravamo una coppia affiatata, anche nel senso letterale. Ubbidiva e si lasciava pendere solo da me. I guai aumentarono quando prese l’abitudine di divertirsi a fare cadere in terra i bicchieri lasciati vuoti dai clienti dell’osteria sul tavolo di cemento in cortile. Prendeva col becco il picchiere vuoto, zampettava sull’orlo e lo lasciava perché si frantumasse in terra: a quel rumore di vetri infranti allargava le ali e emetteva dei felici Craa –Craa, vere e proprie risate.

I miei genitori, stanchi dei lamenti dei vicini mi convinsero a prenderlo e io; come Giuda, lo chiamai dal tetto e lui si pose sulla mia spalla e lo consegnai a dei contadini che erano giunti per “portarlo in campagna”. Sapevo che non lo avrei perso per sempre. Seppi poi che fu ucciso a sassate dai ragazzi della cascina.

Categorie: Racconti

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