Ero al timone, sotto le stelle che brillano nell’atmosfera pulita dall’Aliseo, il vento dell’Atlantico che porta le barche a vela verso le Americhe.

Parrebbe facile contar le stelle, e per passare il tempo cerco di riconoscere le costellazioni e quando ero col naso verso il firmamento, sento con spavento una sberla sulla faccia; impreco ad alta voce ma subito mi trattengo perché ai miei piedi vi è un pesce volante.

Tutti i velisti d’altura sanno che i pesci con le lunghe pinne volano per parecchi metri fuori dal mare per fuggire i predatori, non possono cambiare direzione e spesso si accasciano anche sulla coperta della barca. Infatti al mattino si vedono morti e qualcuno li frigge in padella.

Ma ci vuole “fortuna” per essere colpiti in faccia. Fa parte dei tanti piccoli ricordi di mare. Ora in attesa delle erinni odo che i politici italiani non hanno smesso di rubare; hanno solo smesso di vergognarsi.

Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro, sono dei contribuenti.

Le stelle: dai nostri progenitori, la volta celeste era stata interpretata come un grande schermo attraverso il quale la divinità comunicava con l’uomo, ma soltanto a pochi iniziati, ovviamente i più intelligenti e dotati di molta furbizia era possibile interpretarne il significato! Emerse così la casta dei sacerdoti-astronomi, i cui appartenenti erano in grado di comunicare ai regnanti il volere e le indicazioni degli dei. Davanti ai re tali persone godevano di grande prestigio e, di conseguenza, di privilegi rispetto al popolo.

Ovviamente la loro concezione di universo era legata alle apparenze: la terra piatta, dove il cielo era una volta solida in cui erano incastonate le stelle. L’esistenza dell’imboccatura di una caverna dove il Sole andava a riposare durante la notte: insomma gli astri erano personaggi umani, era una visione antropomorfa.

Nelle notti al timone contemplo le stelle e mi sento un fortunato mortale che ha lasciato la terra abitata da bipedi affannati, che corrono al distributore per fare il pieno al motore: il giorno dopo affronteranno le code in autostrada per il weekend in spiaggia. Chi sul mare naviga per lavoro o per diletto, non vede la televisione né legge i giornali e non sente parlare di politica, della corruzione e di quel figlio di buona donna che ha rubato “legalmente”, secondo la legge che lui ha creato. Quando giunge il buio della notte, le stelle sono una benedizione divina per il navigante.

Scendo a farmi un caffè e torno al timone: libero e con tutto il mare e il cielo solo per me. Uno sguardo a Orione, e contemplo le stelle, mie compagne di viaggio. In quel vasto universo la distanza della Terra dal Sole, otto minuti luce, cioè miserabili 150 milioni di Km. appare un’inezia rispetto alla distanza della stella polare, che dista 470 anni luce. Mi rendo conto che io calcolo la rotta sulla sua posizione, che è sempre il Nord, sapendo che ha impiegato circa 5 secoli per arrivare a me; e magari lei è finita, scomparsa da qualche millenio, perché normale la morte o la nascita delle stelle.