VIAGGIO SIDERALE

Ascoltava Mozart, Sinfonia k 40. Disteso a mezz’aria nella cabina dello Starunner, Carter pensava all’incarico ottenuto: un reportage sul pianeta “nuovo” appena scoperto da un’astronave- cargo di passaggio: gli avevano mandato sopra una sonda. I dati ricevuti dal cargo furono acquistati dall’editore Copperfield che li fece analizzare. Dai risultati dell’analisi l’ipotesi di qualche forma di vita era più che fondata. Carter era sulla piccola nave spaziale messagli a disposizione dall’editore e stava volando verso il pianeta nuovo . A trent’anni era inviato speciale e direttore dell’unico giornale al mondo edito su carta, una novità dopo cinquecento anni di informatica. L’idea di tornare all’antico supporto cartaceo era sua.
Gli era venuta dalla casuale scoperta di un giornale del 1918, conservatosi in uno dei bunker climatizzati governativi. Si era innamorato di questo mezzo di informazione ed era riuscito a convincere Copperfield che l’investimento iniziale per la fabbricazione della carta adatta sarebbe stato redditizio. E non si era sbagliato : molte persone ormai lo acquistavano. Considerato dapprima una lettura per soli snob, si diffuse e gli utili dell’editore erano in netta ascesa.
Il giornale, battezzato “The Old World” era impaginato secondo i canoni del XX secolo e Carter, dopo sei mesi dall’uscita del N. 1 aveva già assunto una sessantina di collaboratori, tutti giovani come lui, scelti fra i migliori laureati nelle varie facoltà. Il giornale trattava argomenti culturali, di intrattenimento, di approfondimento dei problemi socio economici e di arte ; un po’ sullo stile della “terza pagina” dei quotidiani del 1900.
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Il pensiero di starsene lontano dalla noia della Terra senza restrizioni di tempo, lo teneva in continuo stato di euforia. Il servizio sugli eventuali abitanti del pianeta su cui era diretto avrebbe ripagato le spese dell’editore. Ma il saggio che avrebbe scritto, dopo che l’uso del supporto cartaceo era tornato d’improvviso in auge, sarebbe stato un bestseller. Non sapeva ancora se valeva la pena di pubblicarlo a puntate sul quotidiano, incrementando la diffusione del giornale o stampare il primo libro su carta. Probabilmente avrebbe ottenuto fama. Pensò che solo se Copperfield lo prendeva come socio avrebbe pubblicato il il libro sul giornale, a puntate. Come usava nel secolo XIX .
Per sfruttare il tempo della prima settimana di viaggio preparò una serie di articoli,la cronaca dei giorni che precedevano l’arrivo al primo “terminal” del viaggio: l’arrivo nell’iperspazio. Dopo nulla sarebbe stato più possibile trasmettere. Nemmeno un s.o.s.

Il pilota automatico lo avrebbe portato al prossimo buco nero, memorizzato come primo waypoint sul suo plotter. Era alla sua prima esperienza di spostamento con quella che era chiamata la metropolitana cosmica, ma sapeva benissimo che da tre anni veniva usata senza problemi dagli esploratori spaziali ed anche da cargo per trasporti verso insediamenti in altre galassie. La materia immessa nei milioni di buchi neri sparsi nelle galassie viene trasportata da vampata di energia che emerge in un’altra parte dell’universo: da un “buco bianco” ; in un tempo istantaneo, un flash che trascende i normali limiti di velocità, come quello della luce. Una mappa completa dei buchi neri e i corrispondenti buchi bianchi di uscita, appunto la metropolitana cosmica, copriva uno spazio di circa 800 anni luce. La sua piccola nave, come le più grandi astronavi, era costruita con una materia resistente all’immane pressione dei buchi neri.

Quando il plotter segnalò le 6 ore mancanti all’arrivo del buco nero, Carter aveva già inviato la serie di articoli per il suo giornale. Si stese nella cuccetta, bevve da una fiala il liquido che avrebbe agito momentaneamente sulla sua circolazione sanguigna per permettergli di sopravvivere all’enorme accelerazione . Si legò aspettando. Era la prima volta, ma non voleva ammettere l’ansia che lo prese nemmeno con se stesso.
Tutto avvenne in un attimo :dal buio assoluto i suoi occhi rividero dall’oblò posto sopra di lui il cielo stellato.
Ora si sentì meglio : doveva controllare solo se il plotter segnalava il tempo necessario all’arrivo al pianeta : solo otto giorni di normale navigazione a cinquantamila Km/ora.
Il pianeta fu visibile dopo sei giorni: la stella dalla quale riceveva luce e calore, illuminava lo sconosciuto pianeta nello stesso modo che il Sole illuminava la Terra e mentre si avvicinava riuscì a vedere che i colori della superficie erano composti da tutte le gradazioni del giallo. Non era ancora possibile capire se fosse liquido o solido.

L’unica certezza che la sonda inviata aveva rivelato era quella di un’atmosfera simile a quella terrestre, mentre la gravità era inferiore di un quarto. Accese i razzi fotonici frenanti entrando nell’atmosfera e si dispose ad appoggiarsi alla superficie, pronto a risalire se questa non fosse stata solida. La navicella restò immobile: il suolo era solido. Misurata la pressione esterna , la composizione dell’aria e la temperatura capì che poteva aprire il portello ed arrischiarsi a scendere. Era bello camminare con gravità ridotta del 25%.
Il giallo gli ricordava un immenso campo di grano maturo, ma il terreno era senza vegetazione o rocce. Leggermente ondulato e solido, era ricoperto da una leggera e fitta peluria gialla.
Con il perforatore a mano cominciò a bucare per estrarre una carota del suolo che sembrava ricoprire uniformemente il pianeta; ma si fermò di botto: sentì una voce, anche se non gli sembrò di udire parole; solo una voce, come se la sentisse dentro di sé, un lamento. Tolse subito il perforatore e guardò il foro mentre questo si restringeva fino a sparire completamente.
E adesso ? . Che faccio ? Si sdraiò e cominciò a lisciare il suolo, anche se ora dubitava che fosse veramente terreno. Sentì di nuovo la voce dentro di sé , ma non più il lamento, ma un sommesso ronfare, simile alle fusa di un gatto. Era un animale quello su cui camminava, quello dove si era posata la nave spaziale ! Smise di accarezzare : guardava il “terreno” con paura e preoccupazione.. Ma probabilmente non tutta la superficie era sensibile. Fece qualche passo e sentì di nuovo la voce, ma non erano parole che sentiva. Erano sentimenti che ”l’animale” gli trasmetteva come se parlasse, ne percepiva con chiarezza i pensieri :
“Io sono colui che abita qui, io sono Uno. Un insieme di tanti corpi uniti con menti che vivono, ragionano a parlano all’unisono. Tutto il pianeta è avvolto dal nostro corpo. La luce ci nutre e sotto di noi c’è l’acqua che ci disseta e sostiene.
Non è così da sempre. Un tempo eravamo distinti, ciascuno con una individualità, poi combattemmo fra noi e arrivammo al quasi totale annientamento. I superstiti si adattarono ad un nuovo modo di vivere e dopo millenni di evoluzione il mio io è quello di tutti. Tu sei una creatura di un altro mondo e io ti chiedo di andartene.

Ma ti farò un dono ; stenditi su di me e ascolta.
Un suono strano, come un vibrare di canne d’organo avvolse Carter ; le vibrazioni lo penetrarono, entrarono in lui e furono assorbite, dal corpo e dalla mente. Non seppe mai il tempo trascorso in quell’ascolto.
Si alzò e sentì di essere colmo di serenità. Salì tranquillo sulla navicella e introdusse nel computer il programma di ritorno. Avrebbe scritto ancora per il giornale, probabilmente, ma l’esperienza vissuta lo aveva trasformato per sempre . Tornato, scrisse che il nuovo pianeta non era altro che un deserto inospitale.
Ma i suoi articoli su “The Old World erano di una semplicità e un fascino inarrivabili ; trasmettevano la sua serenità, quella acquisita sul pianeta Uno.


 
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