La prima volta che vidi il Kilimanjaro

Un primo approccio col kilimanjaro.
Lo vidi per la prima volta dal Kenia tanti anni fa dall'altipiano di Nairobi, dove io e l'amico Armando andammo per un safari fotografico. Il vulcano spento alto quasi 6000 metri con la cima innevata. Era un bello spettacolo. Non avrei mai pensato di salirci 10 anni dopo. Durante il safari si dorme in un accampamento di tende, protetto solo da un lato da una enorme barriera di tronchi rinforzata da un terrapieno: quando gli elefanti migrano ogni anno nella stessa direzione in ricerca stagionale di pascoli si muovono in enormi gruppi e possono distruggere tutto al loro passaggio. Una sera Armando mi propone : “Bruno, sono solo le 5 del pomeriggio, c’è il sole: che ci facciamo in tenda fino domani? Usciamo e magari riusciamo a vedere qualche giraffa'. Inconsciamente Armando parla di incontri con giraffe, perché quelle non sono pericolose. Accetto con entusiasmo. E’ l'incoscienza di due quarantenni che infatuati dalla sconfinata savana, lontana, enormemente diversa della vita cittadina, si spingono a comportarsi come adolescenti: un'escursione solitaria nella savana, un'avventura da vivere, dopo giorni passati a bordo di un fuoristrada accompagnati dal ranger keniota fotografando leoni che copulavano, centinaia di elefanti migranti in cerca di nuovi pascoli, centinaia di gazzelle, facoceri, ippopotami, rinoceronti e zebre.
Camminiamo per mezzora senza vedere alcun animale; poi, quasi improvvisamente si fa notte. Non avevamo pensato che alle sei all’equatore viene la notte.

Io avevo una torcia in tasca e ci dirigiamo verso l’accampamento le cui luci erano fortunatamente visibili. Due fari puntano verso di noi: al campo hanno scoperto la nostra "fuga", ci trovano grazie alla luce della nostra torcia e dal furgone scendono imprecando contro di noi due ranger kenioti:
“Pazzi, pazzi e fortunati!” urlano i due. Ci obbligano a salire sul furgone e poco dopo si fermano di fronte ad una coppia di leoni che stavano adagiati in un cespuglio: “Look here”, urlano “guardate li!“.
Noi eravamo passati da li. Pazzi ad uscire in savana di notte a piedi, fortunati per due motivi: i leoni non ci hanno sbranato perché sicuramente quel giorno avevano mangiato inoltre non si sono sentiti minacciati perché casualmente siamo passati ad una ventina o più di metri da loro. Questo è uno dei ricordi indimenticabili del mio primo viaggio nei pressi del Kilimangiaro, che unisco al ricordo del tremendo ruggito del leone. Udito mentre sei chiuso in una semplice tenda ti fa rabbrividire.. A fare la guardia al campo c’era un vecchio Masai, un po’ curvo, con un coperta sulle spalle.
Lui ci proteggeva: ai leoni basta sentire l’odore di quella etnia, che teme da sempre. I Masai, per una tradizione iniziata in ere preistoriche, al compimento dei 18 anni il giovane deve uscire solo nella savana e non torna al villaggio se non con la testa di un leone che uccide con una spada corta, una specie di gladio, ed una lancia.
Solo così acquisisce il rango di guerriero e fino ai trenta anni va in giro con altri guerrieri, capelli tinti con l’henné,
adornati con piume colorate girovagano pei villaggi in piccoli gruppi camminando con una invidiabile andatura nobilmente eretta o correndo con una loro tipica cadenza.
Vanno a visitare amici in altre zone ed a corteggiare ragazze d’ altre tribù.
Insomma fanno la bella vita. Al compimento del trentesimo anno mettono su famiglia e si dedicano all’allevamento delle mandrie, conducendole al pascolo, nonostante i predatori. che da sempre, come detto sopra, temono i Masai. Il loro odore basta a risvegliare nella memoria genetica del leone la loro pericolosità.
Anch’ io, sprovveduto del fiuto degli animali selvaggi, ho sentito il forte odore emesso da Masai sudati durante l’esibizione di una danza di guerra nella hall di un albergo. Si trattava di Masai ormai “civilizzati”,cioè quelli che hanno abdicato alla loro libertà e prendono denaro per poi ubriacarsi. Purtroppo questo coraggioso popolo si sta estinguendo. Ho potuto comperare per pochi scellini una spada fatta da uno di loro e venduta dalla moglie, forse alcolizzata e vedova del marito. La caratteristica peculiare di quel popolo é che si nutrono, oltre che col latte delle loro mucche, anche con il sangue delle stesse: incidono una vena, riempiono una zucchetta vuota che portano sempre appesa alla cintura col sangue del bovino e chiudono la piccola ferita con fango misto allo sterco della mucca.
E’ lo stesso materiale con cui costruiscono capanne provvisorie durante i loro viaggi.







 
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