LA LEVATRICE

Don Piero, dell’Oratorio di Montichiari, ha accompagnato la crescita mia e di molti miei coetanei. Organizzò una colonia estiva in un piccolo paese nel trentino, Saviore, luogo di partenza per il monte Adamello,affittando una casa in costruzione, in pratica uno stanzone grande per collocarci una ventina di brande militari, lasciate in dono dalle truppe americane, una stanzetta per sé e una per le due signore volontarie di Montichiari che cucinavano per tutti.
Una bella vacanza rallegrata anche da due eventi: la mia salita sull’Adamello in coppia con Vigilio e un ultimo evento alla fine. Avevamo una corda, due picozze, io in calzoni lunghi e l’altro corti, gli scarponi, occhiali da ghiacciaio militari in lamierino con appositi fori, guanti di lana, panini imbottiti e un’idea piuttosto vaga riguardo l’uso della corda di una dozzina di metri, con la quale ci sentivamo alpinisti. Non dimenticammo di riempire d’acqua le borracce militari ricoperte di panno grigioverde.
Una scarpinata notevole fino al Rifugio Prudenzini, dove si cena e si dorme, sveglia all’alba e salita sugli enormi massi della morena, poi al passo Salarno, inizia Piandineve un tempo vasto con neve alta e crepacci. In alto, a fine ghiacciaio, la vetta, altezza 3539 mt. dalla quale , (detto ora, nel 21012, sembra una balla, ma posso giurare e con me tutti quelli che giunsero in vetta Adamello con giornata limpida, in quegli anni, dove la parola Smog esisteva solo in inglese) indovinammo Milano, una macchia grigia in mezzo alla pianura padana verde pallido e oltre gli Appennini.
La vetta con croce è a picco sulla parete nord dell’Adamello. Una stretta di mano, e niente foto, non avevamo la macchina fotografica, mangiammo panini e riprendiamo la via del ritorno. Nuvole scure e vento forte ci colgono sul Pian di neve: la tormenta; capimmo allora il significato di quella parola perché i granuli di neve ghiacciata sollevati dal vento colpiscono come pallini di piombo sui tratti di pelle non coperta, fazzoletto sulla faccia e tormento per Vigilio con calzoncini corti. Il senso d’orientamento di Vigilio con la sua bussola boy scout ci permette di giungere al bivacco Giannantoni, al riparo dal freddo. Ci riposiamo nel capanno di lamiera e pietre cerchiamo di accendere un fuoco con pezzi di carta e pezzetti di legno. Vigilio fruga sulla terra battuta trova un fiammifero, uno solo, e lascia a me il rischio che si rompa o che si spenga. E’ acceso e il fuoco ci riscalda nel buio del bivacco. Passano un paio di ore e apro la porta per vedere che tempo fa: un grido di dolore per le fitte del sole sugli occhi abituati nel buio del bivacco e non protetti in quel momento dagli occhiali da ghiacciaio.
Corriamo sulla morena saltando sui massi in discesa: s’avvicina la sera e al rifugio penseranno a qualche incidente. E’ quasi buio quando entriamo al rifugio e ci sorbiamo il rimprovero del gestore che stava per inviare una squadra di soccorso. Si dorme e al mattino si fa il pezzo più lungo ma facile dei sentieri che ci portano alla casa di vacanza. Giorno di festeggiamenti e brindisi ed io convinco tutti gli altri a festeggiare in serata con un allegro funerale: Vigilio steso su una brandina, coperto fino ai capelli con un lenzuolo, io davanti che inizio un canto funebre con una candela in mano e tutti gli altri con candele, rispondono in coro con frasi appropriate che non voglio scrivere qui. Basta un canto ecclesiale funebre ma con parole in dialetto bresciano: “ L’è mòòòrt, se se l’è propre mòòòrt, senti come'lsposò oòoò…..( trad: è morto, senti come puzza ) e le finestre delle poche case del paese si aprono e le donne che si affacciano chiedono “ ma el mòrt debù ? ( trad: è morto davvero ? ).
Uno degli ultimi giorni il più umoristico evento:
uno dei ragazzi ha avuto un blocco intestinale e non evacuava: non vi era farmacia ne medico, unica persona disponibile nel paesino era una gentile ostetrica avvertita sul tipo del problema giunge con una grossa pera di gomma per il clistere riempita con acqua calda. L’ostetrica entra nella stanza di Don Piero, momentaneamente occupata dal paziente, chiama con sè un amico del “malato” che assista all’intervento e poi lei esce, dopo l’operazione clistere; attende l’esito, attorniata dalla colonia al completo. Ora devo spiegare che "andar di corpo" nel linguaggio popolare del dialetto bresciano si dice “l’è nat (de corp)“. Il ragazzo-assistente esce dalla stanza e volendo italianizzare la parola "le nat " grida sorridente e allargando le braccia rivolto all’ostetrica:
"SIGNORA, E' NATO ADESSO !


 
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