IL POSACENERE


Fu nel 1971 credo, ma l’avvenimento è così lontano nella memoria che l’anno non lo ricordo, solo l’emozione che mi ha lasciato è nitida: alla tv in bianco e nero vedo scienziati fare prelievi da un fiume di lava che scorre su un versante dell’Etna, addobbati con tuta e scafandro d’amianto per proteggersi dal calore altissimo. Una visione lunare che mi affascina e mi fa decidere sui due piedi di partire il giorno dopo con gli scarponi nello zaino dall’aeroporto di Linate per atterrare nel pomeriggio a Catania.
La sera stessa, il signore dell’alberghetto che mi ospita riesce a infilarmi in una comitiva organizzata per un’escursione notturna nel luogo della colata lavica. Dopo un’ora di macchina, prendiamo zaino e scarponi e camminiamo seguendo la torcia elettrica della guida che segue un sentiero per due ore evitando il cordone di polizia. Si giunge su un pendio in fondo al quale, un kilometro circa si vede il fiume luminoso della lava che scende a valle.
Chiedo alla guida se posso avvicinarmi per vedere da vicino quello spettacolo ma mi viene sconsigliato; chiedo all’ora cosa sono quei piccoli bagliori di fuoco che a piccoli intervalli escono dal fiume infiammato : “sono quei pazzi di ragazzi che fabbricano con la lava dei posacenere per venderli”…....Piglio lo zaino e comincio a correre in discesa verso i fabbricanti di posacenere, che mi salutano cordiali, e il loro viso schiarito dalla luce della fusione appare sudato e devono coprirsi parzialmente il viso per il calore: assisto allo spettacolo dei bagliori di fuoco che pescati con un tubo metallico vengono posti in un piccolo stampo di ghisa vengono velocemente premuti con una pinza a pale piatte sulle pareti dello stampo prima che la lava ormai nera si solidifichi . I tubi sono quelli usati per le antenne TV, lunghi un paio di metri, distanza necessaria per non arrostirsi il viso . Una forcella saldata in cima completa l’attrezzatura. Niente tute spaziali.
Chiedo a uno di loro se comprando i posacenere posso farne anch’io due o tre e mi affidano il “tubo” di pesca. E’ meraviglioso il rosso fiume bollente: gli argini dello stesso sono alti circa un metro dal suolo, fatti ovviamente di lava solidificata e per infilare il tubo bisogna alzare le braccia e ficcando la forcella tenendo il viso girato da una per il grande calore della pietra fusa: devo correre per qualche metro lungo l’argine tirando con tutte le forze per non perdere il loro attrezzo di lavoro.
Mi spiegano di infilare solo la forchetta e completo felice la costruzione di tre oggetti di ricordo. Saluto i ragazzi, metto in zaino il mio “lavoro” e risalgo al gruppo per tornare in albergo. Un posacenere solo m’è ora rimasto in casa. Gli altri li ho regalati ad amici. Bruno Roversi
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