Salita al Kilimanjaro
E’ una scalata dura ma non difficile: l’altitudine pone dei problemi che sulle montagne in Europa non si pongono: l’altitudine.
L’entusiasmo è altissimo, mentre dal finestrino dell’aereo vediamo sotto di noi il cratere ghiacciato sul quale saliremo in circa cinque giorni di arrampicata. Siamo in quattro : lo scrivente, l’istruttore d’alpinismo Aldo Poli, allora molto conosciuto negli ambienti del CAI bresciano, deceduto in parete circa due anni dopo, e un paio di giovani amici medici. Dopo l’atterraggio si vede il Kilimanjaro in tutta la sua mole. Una diapositiva scattata dal lago posto alle falde della montagna (i Vatussi della canzone non ci sono) mostra fra i banani una giraffa e sullo sfondo la grande montagna verde con la cima ricoperta dal ghiacciaio perenne.
E’ la montagna più alta del continente africano, posta quasi esattamente sull’equatore, nel nord della Tanzania. E’ una sorta d’isolato panettone (con la sommità coperta dallo zucchero bianco) messo su un altipiano, perciò visibile da molto lontano, anche dal Kenia. La splendida cima ghiacciata del vulcano riflette i raggi del sole equatoriale, ma si può vedere solo nelle ore del mattino ; nel resto della giornata è solitamente coperta di nubi. Nel 1889 fu scalato per la prima volta dall’alpinista H. Mayer; ma qualche anno prima un celebre esploratore e giornalista inglese Stanley, che quando scrisse dal Tanganica (l’odierna Tanzania) di avere visto una montagna ghiacciata all’equatore i lettori del Daily Telegraph lo accusarono di essere stato vittima d’allucinazioni. La salita non è difficile dal punto di vista alpinistico ed è interessantissimo il paesaggio che si attraversa : circa mille metri al giorno di quota (la vetta è pochi metri sotto i 6000) e in cinque giorni si cambia clima e vegetazione per cinque volte, partendo da piantagione di banani, si attraversa la foresta pluviale, la zona boschiva di tipo alpino, un tratto erboso come quello della tundra, la zona di rocce senza vegetazione, dove le precipitazioni sono sempre nevose e infine il ghiacciaio. Basta una picozza, un sacco a pelo e abbigliamento adeguato per la temperatura dei - 25°, misurata all’alba a quota 5.700.
Partiamo con la guida indigena, obbligatoria per muoversi nel Kilimanjaro National Park e due portatori, perché avevamo con noi anche le attrezzature varie (corde, ramponi e cibi) perché avevamo in programma per dopo la salita più impegnativa del Ruwenzori, in Uganda, poi non portata a termine perché informazioni recenti avvertivano guerriglia in zona.
Un errore di programmazione : l’alimento base portato erano gli spaghetti : tutti quelli che vanno in montagna sanno, per avere provato, che l’altitudine fa bollire l’acqua a bassa temperatura ; fare cuocere la pasta dopo i 3.500 e poi tentare di mangiarla è impossibile ; peggio ancora a quote ancora più alte.
L’altro errore è stato quello di non fermarsi almeno due giorni sui 4000, per dare tempo all’organismo di aumentare la produzione di globuli rossi per sopperire alla scarsità di ossigeno ( a 6000 metri 50% in meno).
Alla fine dell'ultima tappa, siamo arrivati al bivacco, alle sette, col buio ed un leggero nevischio.
A latitudine zero, cioè all’equatore, la durata della notte è pari a quella del giorno, tutti in giorni dell’anno si hanno 12 ore di luce e 12 ore di buio. Per essere in vetta presto, prima che le nubi rendano vana la salita, bisogna partire all’una di notte. La guida ci sveglia ed i miei tre amici, mettendosi in piedi accusano nausea e forte emicrania.
Chiari sintomi del mal di montagna. Ci consultiamo preoccupati. I due medici sanno che per evitare grossi guai, fra i quali possibile il distacco della retina. Adottano l’unico rimedio : scendere a precipizio a quota inferiore perdendo così la vetta.
Io, per pura fortuna, non ho avuto problemi al momento. Più tardi ne avrò.
Parto con la guida e la torcia elettrica ed inizia la scalata che ore mette alla prova la mia preparazione. All’alba, a circa due ore dalla vetta, preparo la macchina fotografica, una Minox meccanica, per scattare il momento in cui il sole sorge dalle nubi che ricoprono la savana, in basso, sull’altipiano. La macchina è congelata, non riesco a fare avanzare la pellicola ; mi tolgo una manopola e cerco di scaldarla sotto il piumino ; finalmente scatto una foto che ora tengo appesa insieme alle più significative dei miei viaggi.
Ripongo la macchinetta nello zaino e mi rimetto la manopola. Ho la penosa sensazione di avere il pollice destro di legno. Ritolgo la manopola e massaggio con vigore il dito insensibile : il sangue riprende a circolare e il sottilissimo dolore sotto l’unghia mi fa scorrere lagrime. La guida mi chiede perché piango. E’ un principio di congelamento. Mancano solo duecento metri di dislivello,ma la mancanza d’acclimatamento mi fa sentire il battito alle tempie, il cuore non abbastanza ossigenato non mi permette più di camminare. Stringo i denti e conto i passi, da uno a dieci, poi devo riposare con la testa appoggiata sulla picozza.
Non mi ricordo quante volte ho contato fino a dieci, ma poi la vetta, cioè l’orlo del cratere è raggiunto. Mi sdraio su un masso di granito che sporge dalla neve e dormo per un’ora.
Il sole ora è caldissimo e la guida mi sveglia. Ora sto bene e posso ammirare per un’ora l’indescrivibile scenario della giungla e della savana sottostanti che si estendono fino all’orizzonte: da quell’altezza sembra infinito. Le nubi hanno coperto la pianura e stanno salendo. Bisogna abbandonare questo luogo paradisiaco prima che sia coperto..Con rimpianto incominciamo a balzi la discesa ed in due giorni raggiungo i miei sfortunati compagni di viaggio al rifugio della base.
Sul corriere della sera del 20 Febbraio 2001 leggo un articolo dove un rapporto dello scienziato Lonnie Thommpson, il direttore del centro di ricerca polare Byrd di una università dell’ Ohio, prevede che le “nevi del Kilimanjaro”, immortalate da Ernest Hemingwai nell’omonimo romanzo, scompariranno a causa dell’effetto serra entro 15 anni, cioè nel 2016.
Dice anche testualmente : tempo fa v’infiggemmo dei pali per i rilevamenti meteorologici. Li abbiamo trovati a terra, la base di ghiaccio si era sciolta. Solo leggendo quest’articolo ho capito il significato dei pali alluminio piantati ancora saldamente nel ghiaccio nel 1982, fotografati alle mie spalle in vetta alla gran montagna. I Masai la chiamano Kibo e la ritengono sacra.
** Nel 2008 ho scaricato da internet la foto del Kilimanjaro che mi ha dolorosamente colpito: è una montagna impudicamente nuda. I ghiacciai, che la ricoprivano dalla zona dell’ultimo rifugio alla vetta sono scomparsi. Si vedono i fiumi di lava solidificata da millenni con vari colori, dal rossiccio all’ocra, che formarono i fianchi del vulcano.
Sembra un cadavere cui è stata tolta la pelle mostrando tendini e muscoli.
L’entusiasmo è altissimo, mentre dal finestrino dell’aereo vediamo sotto di noi il cratere ghiacciato sul quale saliremo in circa cinque giorni di arrampicata. Siamo in quattro : lo scrivente, l’istruttore d’alpinismo Aldo Poli, allora molto conosciuto negli ambienti del CAI bresciano, deceduto in parete circa due anni dopo, e un paio di giovani amici medici. Dopo l’atterraggio si vede il Kilimanjaro in tutta la sua mole. Una diapositiva scattata dal lago posto alle falde della montagna (i Vatussi della canzone non ci sono) mostra fra i banani una giraffa e sullo sfondo la grande montagna verde con la cima ricoperta dal ghiacciaio perenne.
E’ la montagna più alta del continente africano, posta quasi esattamente sull’equatore, nel nord della Tanzania. E’ una sorta d’isolato panettone (con la sommità coperta dallo zucchero bianco) messo su un altipiano, perciò visibile da molto lontano, anche dal Kenia. La splendida cima ghiacciata del vulcano riflette i raggi del sole equatoriale, ma si può vedere solo nelle ore del mattino ; nel resto della giornata è solitamente coperta di nubi. Nel 1889 fu scalato per la prima volta dall’alpinista H. Mayer; ma qualche anno prima un celebre esploratore e giornalista inglese Stanley, che quando scrisse dal Tanganica (l’odierna Tanzania) di avere visto una montagna ghiacciata all’equatore i lettori del Daily Telegraph lo accusarono di essere stato vittima d’allucinazioni. La salita non è difficile dal punto di vista alpinistico ed è interessantissimo il paesaggio che si attraversa : circa mille metri al giorno di quota (la vetta è pochi metri sotto i 6000) e in cinque giorni si cambia clima e vegetazione per cinque volte, partendo da piantagione di banani, si attraversa la foresta pluviale, la zona boschiva di tipo alpino, un tratto erboso come quello della tundra, la zona di rocce senza vegetazione, dove le precipitazioni sono sempre nevose e infine il ghiacciaio. Basta una picozza, un sacco a pelo e abbigliamento adeguato per la temperatura dei - 25°, misurata all’alba a quota 5.700.
Partiamo con la guida indigena, obbligatoria per muoversi nel Kilimanjaro National Park e due portatori, perché avevamo con noi anche le attrezzature varie (corde, ramponi e cibi) perché avevamo in programma per dopo la salita più impegnativa del Ruwenzori, in Uganda, poi non portata a termine perché informazioni recenti avvertivano guerriglia in zona.
Un errore di programmazione : l’alimento base portato erano gli spaghetti : tutti quelli che vanno in montagna sanno, per avere provato, che l’altitudine fa bollire l’acqua a bassa temperatura ; fare cuocere la pasta dopo i 3.500 e poi tentare di mangiarla è impossibile ; peggio ancora a quote ancora più alte.
L’altro errore è stato quello di non fermarsi almeno due giorni sui 4000, per dare tempo all’organismo di aumentare la produzione di globuli rossi per sopperire alla scarsità di ossigeno ( a 6000 metri 50% in meno).
Alla fine dell'ultima tappa, siamo arrivati al bivacco, alle sette, col buio ed un leggero nevischio.
A latitudine zero, cioè all’equatore, la durata della notte è pari a quella del giorno, tutti in giorni dell’anno si hanno 12 ore di luce e 12 ore di buio. Per essere in vetta presto, prima che le nubi rendano vana la salita, bisogna partire all’una di notte. La guida ci sveglia ed i miei tre amici, mettendosi in piedi accusano nausea e forte emicrania.
Chiari sintomi del mal di montagna. Ci consultiamo preoccupati. I due medici sanno che per evitare grossi guai, fra i quali possibile il distacco della retina. Adottano l’unico rimedio : scendere a precipizio a quota inferiore perdendo così la vetta.
Io, per pura fortuna, non ho avuto problemi al momento. Più tardi ne avrò.
Parto con la guida e la torcia elettrica ed inizia la scalata che ore mette alla prova la mia preparazione. All’alba, a circa due ore dalla vetta, preparo la macchina fotografica, una Minox meccanica, per scattare il momento in cui il sole sorge dalle nubi che ricoprono la savana, in basso, sull’altipiano. La macchina è congelata, non riesco a fare avanzare la pellicola ; mi tolgo una manopola e cerco di scaldarla sotto il piumino ; finalmente scatto una foto che ora tengo appesa insieme alle più significative dei miei viaggi.
Ripongo la macchinetta nello zaino e mi rimetto la manopola. Ho la penosa sensazione di avere il pollice destro di legno. Ritolgo la manopola e massaggio con vigore il dito insensibile : il sangue riprende a circolare e il sottilissimo dolore sotto l’unghia mi fa scorrere lagrime. La guida mi chiede perché piango. E’ un principio di congelamento. Mancano solo duecento metri di dislivello,ma la mancanza d’acclimatamento mi fa sentire il battito alle tempie, il cuore non abbastanza ossigenato non mi permette più di camminare. Stringo i denti e conto i passi, da uno a dieci, poi devo riposare con la testa appoggiata sulla picozza.
Non mi ricordo quante volte ho contato fino a dieci, ma poi la vetta, cioè l’orlo del cratere è raggiunto. Mi sdraio su un masso di granito che sporge dalla neve e dormo per un’ora.
Il sole ora è caldissimo e la guida mi sveglia. Ora sto bene e posso ammirare per un’ora l’indescrivibile scenario della giungla e della savana sottostanti che si estendono fino all’orizzonte: da quell’altezza sembra infinito. Le nubi hanno coperto la pianura e stanno salendo. Bisogna abbandonare questo luogo paradisiaco prima che sia coperto..Con rimpianto incominciamo a balzi la discesa ed in due giorni raggiungo i miei sfortunati compagni di viaggio al rifugio della base.
Sul corriere della sera del 20 Febbraio 2001 leggo un articolo dove un rapporto dello scienziato Lonnie Thommpson, il direttore del centro di ricerca polare Byrd di una università dell’ Ohio, prevede che le “nevi del Kilimanjaro”, immortalate da Ernest Hemingwai nell’omonimo romanzo, scompariranno a causa dell’effetto serra entro 15 anni, cioè nel 2016.
Dice anche testualmente : tempo fa v’infiggemmo dei pali per i rilevamenti meteorologici. Li abbiamo trovati a terra, la base di ghiaccio si era sciolta. Solo leggendo quest’articolo ho capito il significato dei pali alluminio piantati ancora saldamente nel ghiaccio nel 1982, fotografati alle mie spalle in vetta alla gran montagna. I Masai la chiamano Kibo e la ritengono sacra.
** Nel 2008 ho scaricato da internet la foto del Kilimanjaro che mi ha dolorosamente colpito: è una montagna impudicamente nuda. I ghiacciai, che la ricoprivano dalla zona dell’ultimo rifugio alla vetta sono scomparsi. Si vedono i fiumi di lava solidificata da millenni con vari colori, dal rossiccio all’ocra, che formarono i fianchi del vulcano.
Sembra un cadavere cui è stata tolta la pelle mostrando tendini e muscoli.
