IL PARACADUTISMO

Durante la “ naja alpina ” nutro una sana invidia per la compagnia dei paracadutisti alpini che alloggia nella stessa mia caserma a Bressanone.
Mi sembrano degli eroi, so che si buttano dall’aereo in alta montagna, fanno lanci notturni sul ghiacciaio della Marmolada. Mi rimane in animo quel desiderio e parecchi anni dopo seguo un corso di paracadutismo a Brescia.
In 12 lezioni, sedentarie, si apprendono parecchie cosette interessanti per sopravvivere in caso di malfunzionamento del paracadute. Avevo visto nei documentari di guerra come si lanciano i paracadutisti: dal grande e comodo portellone di coda un aereo militare C130: saltando nel vuoto in piedi, dopo mesi di allenamento alla caduta (in sicurezza ) dalla torre di lancio.
Ben più difficoltoso invece uscire piegati in due dal vano del portello, che è stato tolto a terra prima del decollo, di un piccolo e vecchio Loked a quattro posti. Il 5° posto a sedere è il pavimento in coda alla fusoliera. E solo dopo lezioni teoriche, senza alcuna prova pratica, senza aver visto il tipo di aereo, si esegue il 1° lancio.
Il battesimo dell’aria, vissuto con notevole strizza ma affrontato da tutti con ostentata spavalderia. Campo di decollo il vecchio aeroporto civile di Montichiari nel 1968.
Ad ogni decollo salgono tre neo paracadutisti, il pilota ed il direttore di lancio, che ci chiama quando siamo sulla zona di lancio, a 600 metri di altezza. Notevole la turbolenza a causa del portello aperto.
1° agganciare il moschettone della fune di vincolo ad un cavo di acciaio all’interno all’aereo.
2° Uscire in pochi secondi dall’aereo mettendo i piedi su un predellino saldato sul montante che sostiene le ali e attaccato con le mani al montante e resistere al vento dei 140 km. orari.
3° Attendere l’ordine “VAI” sempre in posizione accucciata con la testa che tocca l’ala del piccolo aereo. 4° All’ordine si salta nel vuoto cercando di metterti in posizione orizzontale con la pancia in giù, altrimenti il paracadute aprendosi dalla schiena ti sbatacchia come un lenzuolo. Nella caduta conti i 5 secondi (milleuno, milledue ecc.) Il tempo necessario perché il paracadute si apra automaticamente. Passati i 5 secondi, se non si aprisse, con il braccio sinistro abbracci il paracadute ventrale e con la mano destra devi agire sulla maniglia del paracadute di emergenza, il “ventrale”, e lo butti di lato, altrimenti aprendosi ti da una botta in faccia. Vi giuro ragazzi che in quei 5 secondi mi sono ricordato tutti, ma veramente tutti i consigli dell’istruttore ricevuti nelle 12 lezioni teoriche.
1° Il paracadute dei principianti è quello militare, ha capacità direzionale praticamente nulla, perciò se il vento vi dirige su un cascinale tenete le gambe unite: vi romperete solo le gambe, perché se vi infilate a cavallo di una delle travi di sostegno dei tetti vi dividono in due.
2° Se piombate su uno stagno staccatevi qualche metro prima dal paracadute ( vi è uno sgancio veloce) per liberarsi altrimenti la sua grande superficie sull’acqua vi impedirebbe di emergere per respirare.
3° In caso dobbiate passare in mezzo ad una linea aerea di alta tensione tenete le braccia in alto e le mani giunte sulla testa e le gambe strette: avrete probabilità maggiori di non fulminarvi toccando contemporaneamente due cavi della corrente.
4° La stessa posizione delle gambe serrate se vi infilate in un grande albero, tenendo i gomiti stretti e le mani a proteggere il viso dalla sferzata dei rami.
5° Un particolare importante: quando si apre il paracadute la prima cosa da fare è alzare la testa per controllare se si è aperto bene.
6° Può capitare facilmente che i due fasci funicolari, cioè le cordicelle cucite agli orli del paracadute unite alle due brevi cinghie cucite alla schiena della imbragatura, si arrotolino a vite proprio dietro la nuca e non permettono di alzare la testa verso l’alto per controllare se sono disposte bene e di conseguenza il paracadute é bene aperto.
Nel caso siano ritorte si afferrano con le mani le due cinghie e si tira verso l’esterno. Il corpo gira su se stesso svolgendo i due fasci di funicelle e ti permette di guardare in alto, però bisogna immediatamente allargare le gambe e braccia così che l’attrito con l’aria blocca i giri del corpo, altrimenti si rifà nuovamente l’avvitamento contrario.
7° Nel rarissimo caso che la fune di vincolo,( lunga 5 metri ) non strappi i lacci che chiudono il sacco del paracadute , l’uomo rimane attaccato all’aereo sbatacchiando lungo la fusoliera . Subito deve segnalare di non essere svenuto ponendo il pugno chiuso sopra il casco (il sistema più facile dato che non può alzare il viso). Il direttore di lancio provvederà a tagliare con l’apposito tronchese di bordo la fune e il paracadutista deve usare l’altro paracadute. Nel caso che l’uomo abbia perso i sensi il direttore di lancio ha due possibilità ; avvertire i carabinieri o la guardia costiera di aspettare l’aereo sul lago o sul mare ( o il più vicino specchio d’acqua ) e una volta raggiunto taglierà la fune vicino al motoscafo dove un sommozzatore lo recupera dall’acqua. Unico esempio risaputo allora nell’ambiente dei parà (nel 1968) dell’altra alternativa : il direttore di lancio si è calato lungo la fune, ha abbracciato l’uomo svenuto dalla schiena tirando la maniglia del paracadute ventrale nello stesso istante che da bordo viene tranciata la fune di vincolo.
Non è stata una cosa da poco per lui scendere a terra con in braccio un uomo svenuto con il piccolo paracadute di emergenza. Un fatto eroico da parte del salvatore..
A me è capitato il tipo più semplice di incidente nel primo lancio.
Quello dei fasci funicolari attorcigliati dietro la nuca. Faccio quanto descritto al paragrafo 6 senza pensarci, automaticamente: la paura di morire mi induce a fare immediatamente quello che ho appreso, seduto nella sezione Paracadutisti di Brescia. Ho potuto alzare la testa e controllare: sopra era tutto a posto. Una parte del fascio funicolare potrebbe, un po’ più raramente, passare in parte sopra il paracadute, che assume “forma a reggiseno” che può accelerare la velocità di caduta e potrebbe rendere necessaria la manovra del paracadute di emergenza.
Finalmente ho qualche minuto per ammirare rilassato, anzi felice, il paesaggio dall’alto, ascolto nel silenzio in cui ondeggio i suoni delle anatre e delle galline nelle cascine che giunge nitido a me. E’ un suono gratificante sentito volando. La sensazione del volo è però troppo breve. Quel tipo di paracadute non ha le aperture che chiuse da funicelle rallentano notevolmente la caduta, e si arriva a terra in fretta e molto bruscamente. Divertente la battuta di un istruttore che col megafono grida ad una paracadutista che sta scendendo a gambe larghe (rischio nell’impatto forte di rompersi le anche):
“Maria, stringi le gambe”. Un mio compagno che si è lanciato per ultimo ha contato troppo in fretta i cinque secondi ed ha azionato il paracadute di emergenza: è sceso con i due paracadute aperti. Bello spettacolo vedere scendere appeso a due grandi ombrelloni.
E’ stato fortunato, perché è facile in quel caso che i due paracadute nel momento dell’apertura si avvitino assieme, con conseguenze fatali.
A terra uno mi disse che mentre scendevo cantavo. Non me lo ricordo assolutamente: probabilmente era un canto di gioia, il sollievo di essere ancora vivo.
Fin dal primo mattino delle domeniche di lancio ero teso. Durante il corso gli istruttori raccontano, a titolo informativo, storie da brivido lette nelle cronache degli incidenti, abbastanza rari. Sono saltato 5 domeniche di fila; all’ultimo lancio la mia fifa era ancora blu, proprio come la prima domenica-
Decisi di non buttarmi più dagli aerei.



 
Condividi su Facebook