L’autore, Bruno Roversi, dice che il viaggio è un mito dei nostri tempi, un modo per entrare in contatto con la realtà e con noi stessi. Ma può essere anche un genere di consumo, un piatto cucinato con emozioni preconfezionate, come chi prenota in un albergo caraibico, dove fai amicizie con altri come e pasi dalla cucina per portare nelle lunghe tavole. È preferibile pensare un viaggio e viverlo come se fosse un’esperienza sempre nuova, senza pregiudizi o mode, atteggiamenti, bagaglio culturale.
Le attese, per chi viaggia da solo, sono lunghe. Si suda nei paesi equatoriali, ma è sempre un’esperienza autentica. Imparare ad esporsi alle sollecitazioni che provengono dall’esterno senza averne paura, paura di persone diverse che parlano altre lingue. La vita è un viaggio e chi viaggia vive 2 volte.
Ma chi viaggia per molti luoghi lontani, ogni viaggio lo vive tre volte: quando lo sogna, quando lo vive e quando lo ricorda. Quando vivi in un luogo a lungo diventi cieco perché non osservi più nulla. Io ho viaggiato e poi tornato per non diventare cieco. L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito: Torna diverso

.



























































Il Viaggio
E’ un mito dei nostri tem-
pi, un modo per entrare
In contatto con la realtà La FOTO A DESTRA
e con noi stessi. Ma anche un
un genere di consumo, un piatto sotto la foto scrivere:
cucinato con emozioni precon- I libri del monteclarense
fezionate. E’preferibile pensare Bruno Roversi si possono
e raccontare un viaggio come La acquistare nelle edicole e
se fosse un’esperienza sempre e librerie in via Europa,
nuova, senza pregiudizi, mode, in piazza Treccani, eccetera.
atteggiamenti, bagaglio cultu
rale. Le attese, per chi viaggia
da solo, sono lunghe. Si suda
nei paesi equatoriali , ma è
sempre un’esperienza unica e
autentica. Imparare ad esporsi
alle sollecitazioni che proven-
gono dall’esterno senza averne
paura viaggia due volte
Ma chi viaggia per luoghi lontani
lo vive tre volte: quando lo sogna
quando lo vive e quando lo ricorda
il mondo è un libro e quelli che non
viaggiano ne leggono solo una
pagina. Quando vivi in un luogo
per molto tempo diventi cieco
perché non osservi più nulla.
L’unica regola del viaggio è: non
tornare come sei partito.
Torna diverso.












































Apologia di Socrate
Traduzione dall’originale greco antico.
Prima parte
Seconda parte
Terza parte
L’accusa ha esposto le sue ragioni; l’accusato, Socrate, replica con le sue controdeduzioni
I. [17a] Non so, o Ateniesi, che impressione vi sia rimasta dei miei accusatori; io, davvero, mi sono quasi dimenticato di me stesso, da quanto parlavano persuasivamente. Eppure non hanno detto quasi niente di vero. Ma mi ha stupito soprattutto una delle loro molte bugie: hanno detto che dovevate cercare di non farvi ingannare da me, perché [17b] sono abile (Deinos ) nel parlare. La cosa più vergognosa mi è sembrata appunto il loro non aver ritegno di venir confutati da me con i fatti, quando non apparirò per nulla abile (deinos ) nel parlare - a meno che non chiamino così chi dice la verità. In questo caso, sarei d’accordo: sono un retore, ma non al modo in cui essi lo intendono. Essi - dico -hanno detto poco o nulla di vero, ma voi non sentirete da me null’altro che la verità. E non userò affatto, o Ateniesi, discorsi come i loro, ben fraseggiati [17c] nelle espressioni e nei termini, e bellamente disposti: voi sentirete da me cose argomentate disordinatamente, con le prime parole che mi capitano a tiro - infatti io credo che quello che dico sia vero - e nessuno di voi si aspetti altro.
Perché a questa età non starebbe bene venire da voi facendo discorsi come un ragazzino. E anzi,
Ateniesi, questo vi chiedo e vi supplico: se mi sentirete difendermi con gli stessi discorsi che sono
abituato a fare in piazza, presso i banchi dei trapeziti [cambiavalute], dove molti di voi mi hanno udito, e altrove, [17d] non ve ne stupite e non mormorate. Infatti così stanno le cose: sono quassù in tribunale per la prima volta a settant’anni, e perciò sono del tutto estraneo a questo modo di esprimersi ( lexis ).
Perciò, come forse mi perdonereste, se fossi veramente straniero, [18a] di parlare con la lingua e alla maniera in cui sono stato educato, così ora vi chiedo - giustamente, mi sembra - di aver comprensione per il mio modo di esprimermi, buono o cattivo che sia, e di considerare invece attentamente se dico o no cose giuste, perché questa è la virtù del giudice, mentre quella dell’oratore è dire la verità.
II. In ogni caso, Ateniesi, è giusto che mi difenda innanzitutto dalle prime accuse false e dai primi accusatori, e poi dalle accuse e dagli accusatori successivi. [18b] Infatti, molti miei accusatori sono venuti da voi in passato senza dire nulla di vero, e raccontano il falso su di me già da molti anni. Io ho più paura di loro che di quelli che stanno attorno ad Anito, per quanto siano anch’essi terribili. Ma gli antichi accusatori sono più temibili, cittadini, perché vi hanno indotto a creder loro prendendovi sotto controllo da bambini, e mi hanno accusato di più, senza nessuna verità, dicendo: "C’è un certo Socrate, uomo sapiente, che strologa su quello che sta per aria e investiga su quello che sta sottoterra, e che fa del discorso più debole il più forte" [18c] Questi, che diffusero su di me una fama simile, sono i miei accusatori terribili, cittadini ateniesi, perché il loro uditorio ritiene che chi fa simili ricerche non creda negli dei. Inoltre, questi accusatori sono molti e mi accusano già da molto tempo; per di più, hanno parlato con voi a quell’età in cui si è più fiduciosi, quando alcuni di voi erano ragazzi e altri bambini, e mi hanno portato in giudizio in contumacia, senza nessuno che mi difendesse. Ma la cosa più assurda è che [18d] non si sappiano né si dicano i loro nomi, a meno che a qualcuno non capiti di essere un poeta comico. Quelli che vi hanno persuaso, attaccandomi con l’invidia e la calunnia - e quelli che, una volta
persuasi essi stessi, hanno persuaso altri - sono tutti avversari intrattabili: infatti non è possibile far comparire qui nessuno di loro per confutarlo, ma sono costretto a difendermi semplicemente come se stessi combattendo con l’ombra, e a controinterrogare senza nessuno a rispondere. Considerate dunque la duplicità dei miei accusatori: gli uni sono quelli che mi accusano ora, e gli altri [18e] sono quelli che, come dicevo, lo hanno fatto in passato. E’ opportuno che mi difenda prima da questi ultimi, perché li udiste accusarmi prima e molto più degli accusatori recenti.
Bene. Allora tocca difendersi, o cittadini ateniesi, e tentare di [19a] sradicare da voi, in così poco tempo, una calunnia così antica. Mi auguro che così sia, se è qualcosa di buono per me e per voi, e che riesca a difendermi. Ma io stesso penso che sia difficile e non me lo nascondo. Tuttavia, vada come a dio piace: c’è da obbedire alla legge e difendersi. III. Riconsideriamo dunque dal principio quale sia l’accusa da cui [19b] è derivata la calunnia, prestando fede alla quale Meleto ha intrapreso la sua azione giudiziaria contro di me. Ebbene: dicendo che cosa mi hanno diffamato i diffamatori? Bisogna leggere la loro deposizione come se fosse una denuncia vera e propria. "Socrate è un criminale e un perditempo, che indaga su quello che sta in cielo e sottoterra, fa del discorso più debole il più forte, [19c] e insegna lo stesso agli altri." Si tratta di
qualcosa del genere. Anche voi vedevate nella commedia di Aristofane un Socrate che, andando in giro per la scena, afferma di camminare in aria e dice molte altre sciocchezze, di cui io non so né tanto né poco. E non lo dico per disprezzare una simile scienza, se c’è qualcuno che ne è esperto - non vorrei che Meleto mi accusasse anche di questo - ma io, Ateniesi, non ci ho niente a che fare. [19d] Su questo, presento come testimone la gran parte di voi, e chiedo a tutti quelli che una volta mi hanno ascoltato discutere - e ce ne sono tanti fra voi - di mostrarvi e di indicarvi reciprocamente. Indicate dunque se c’è qualcuno fra voi che mi sentì mai disputare, tanto o poco, su cose del genere. E verrete a sapere che è così anche per il resto di ciò che i più dicono di me.
IV. Ma niente di ciò è vero, e se avete sentito dire da qualcuno che io educo la gente e [19e] faccio
soldi, è falso anche questo. Anche a me, certo, sembra bello se qualcuno sa educare gli uomini, come fa Gorgia di Leontini, Prodico di Ceo e Ippia di Elide. Ciascuno di loro, Ateniesi, è in grado di andare in ogni città e convincere i giovani - i quali potrebbero anche, gratuitamente, stare insieme ai loro concittadini preferiti - [20a] ad abbandonare la comunità ( synousia )
di questi ultimi, a frequentare loro a pagamento e ad essere pure grati. E c’è un altro esperto, uno di Paro, che venni a sapere essere in città: infatti mi imbattei in Callia figlio d’Ipponico, un uomo che ha pagato ai sofisti più soldi di tutti gli altri insieme, e gli chiesi - egli ha due figli -:
- Callia, se i tuoi due figli fossero un paio di puledri o di vitelli, dovremmo prendere uno che li governi e stipendiarlo perché [20a] sviluppi in loro l’eccellenza appropriata, cioè un esperto di cavalli o di agricoltura. Ma, dal momento che sono uomini, chi hai in mente di assumere? Uno che ha conoscenza della virtù umana e politica? Penso, infatti, che tu ci abbia riflettuto sopra, dato che i figli sono tuoi. C’è qualcuno di questo genere o no? -
- Certamente - disse lui.
- Chi è? - dissi io - E di che paese è? E a quanto insegna? -
- E’ Eveno di Paro - rispose - e si fa pagare cinque mine. -
Beato Eveno - mi congratulai io - [20c] se ha veramente quest’arte (techne) e la insegna ad un prezzo così ragionevole. Anch’io, in ogni caso, sarei fiero e vanitoso se sapessi insegnarla. Ma non ne sono capace, Ateniesi.
V. Ora qualcuno di voi potrebbe ribattere:
- Socrate, ma come la mettiamo? Da dove sono venute fuori queste calunnie contro di te? Non avresti una reputazione di questo genere senza immischiarti in niente di diverso degli altri, a meno che tu non faccia, appunto, qualcosa d’altro. Dicci [20d] come stanno le cose, perché non vogliamo esprimere giudizi improvvisati su di te. -
Questa - mi sembra - è una obiezione giusta. Tenterò di mostrarvi le cause della mia fama e della mia diffamazione. E perciò ascoltatemi. Ad alcuni di voi sembrerà che io scherzi, ma - non dimenticatelo dirò tutta la verità. E’ vero, cittadini ateniesi, io ho questa fama solo per una certa mia sapienza (sophia). Ma che tipo di sapienza? Quella che è, forse, sapienza umana. Oso dire, infatti, di essere esperto di questa sapienza. Invece quelli [20e] di cui parlavo poco fa possono ben essere esperti di una sapienza più che umana, su cui non ho nulla da dire, perché io stesso non ne so nulla, e chi afferma il contrario mente e parla per diffamarmi.
Per favore, cittadini ateniesi, non interrompetemi, anche se quanto dico vi apparirà presuntuoso,
perché il discorso che vi riferirò non è mio, ma di qualcuno ai vostri occhi più degno. Sulla mia
sapienza - se di un qualche genere di sapienza si tratta - presenterò come testimone il dio di Delfi.
Avete avuto modo di conoscere Cherefonte. [21a] Fu mio compagno fin da giovane, e fu compagno vostro - del popolo - e condivise con voi l’esilio e il ritorno. Sapete dunque com’era Cherefonte, così impulsivo in tutto quello cui metteva mano. Bene, una volta si recò a Delfi e si permise di interrogare l’oracolo su questo - non schiamazzate su ciò che dico, cittadini - perché gli chiese se ci fosse qualcuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che nessuno era più sapiente. Di questo vi darà testimonianza suo fratello, dal momento che Cherefonte è morto. VI. [21b] E considerate perché vi dico questo: sto per spiegarvi da dove è nata la calunnia contro di
me. Io infatti, udito il responso dell’oracolo, feci questa riflessione: "Che cosa vuol dire il dio? Che cosa nasconde il suo parlare enigmatico? Sono consapevole di non essere affatto sapiente: che cosa intende, allora, dichiarando che sono il più sapiente? Egli certo non mente, perché non può." Rimasi per molto tempo in dubbio su quanto detto dal dio. Poi, con riluttanza, mi volsi a una ricerca di questo genere: mi recai da qualcuno di quelli ritenuti sapienti, per [21c] confutare l’oracolo e dimostrargli proprio lì "Questo è più sapiente di me, mentre tu dicevi che il più sapiente ero io." Esaminandolo con cura e discutendo con lui - non occorre far nomi, ma colui dal quale ebbi questa impressione, cittadini ateniesi, era un uomo politico - mi sembrò che quest’uomo apparisse sapiente a molti altri e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. Perciò cercai di dimostrargli che si riteneva sapiente, ma non lo era. [21d]
E così diventai odioso a lui e a molti dei presenti. Ma, andandomene, pensai fra me e me: "Sono più sapiente di questa persona: forse nessuno dei due sa nulla di buono, ma lui pensa di sapere qualcosa senza sapere nulla, mentre io non credo di sapere anche se non so. Almeno per questo piccolo particolare, comunque sia, sembro più sapiente di lui: non credo di sapere quello che non so." Mi recai poi da un altro di quelli che passavano per sapienti e [21e] ne ebbi la stessa impressione, e divenni odioso a lui e a molti altri.
VII. E continuai ad andare dall’uno all’altro: mi rendevo conto, con amarezza e timore, di essere
odioso, ma mi sembrava necessario trattare ciò che concerne il dio come cosa della massima
importanza. Per questo era doveroso recarsi, per esaminare il senso dell’oracolo, proprio da tutti [22a]
quelli che sembravano sapienti. E per il cane, Ateniesi, - bisogna che vi dica la verità - la mia
esperienza fu davvero questa: a me, che indagavo per il dio, coloro che godevano di una migliore
reputazione sembrarono quasi i più carenti, mentre quelli che passavano per inferiori risultarono
uomini più dotati di discernimento. Occorre, allora, che vi esponga la mia peregrinazione, cioè la
storia delle fatiche che ho affrontato per corroborare l’oracolo. Dopo essere stato dai politici, mi rivolsi ai poeti, ai compositori di tragedie, [22b] di ditirambi e di altri generi, per cogliermi sul fatto come più ignorante di loro. E prendendo in mano i lavori che mi sembravano meglio composti, andavo chiedendo ai loro autori che cosa volessero dire, anche per imparare qualcosa. Cittadini, mi vergogno a dirvi la verità, ma lo si deve pur fare: sulle loro composizioni quasi tutti i presenti ragionavano meglio di loro. Così, di nuovo, mi resi subito conto che i poeti non fanno ciò che fanno per sapienza, [22c] ma per una qualche disposizione naturale ( physei ) e come divinamente ispirati (enthousiazontes ) alla maniera dei profeti e dei veggenti: anch’essi, infatti, dicono molte cose belle, ma non sanno nulla di ciò che dicono. Anche i poeti - mi divenne chiaro - sono soggetti a una esperienza simile; nello stesso tempo mi accorsi che essi pensavano, per la loro poesia, di essere i più sapienti degli uomini anche sul resto, ove non lo erano. Così me ne andai anche da là ritenendomi superiore a loro proprio come lo ero ei confronti degli uomini politici.
VIII. Per finire, andai dagli artigiani ( heirotechnes ): [22d] io stesso, infatti, ero consapevole di non sapere quasi nulla, ma avevo avuto modo di apprendere che li avrei trovati esperti in molte cose belle.
E in questo non mi ero ingannato, perché essi sapevano cose che io non sapevo e così erano più
sapienti di me. Tuttavia, cittadini ateniesi, mi sembrò che anche gli artigiani bravi incorressero nellotesso errore dei poeti: ciascuno di loro, dal momento che lavorava bene nell’ambito della sua arte (techne), si stimava molto esperto anche in altre importantissime questioni e questa stonatura tendeva a nascondere la loro sapienza. [22e] Allora interrogai me stesso, per conto dell’oracolo, chiedendomi se preferissi essere come sono io, né sapiente alla loro maniera, né ignorante al loro modo, oppure come sono loro. E risposi a me stesso e all’oracolo che mi andava bene essere come sono.
IX. Da questa indagine, cittadini ateniesi, [23a] mi sono derivate molte inimicizie, tanto aspre e
violente da dare origine a numerose calunnie e alla mia fama di sapiente. Infatti i presenti pensano ogni volta che io sia esperto di quello su cui ho confutato un altro. Ma potrebbe darsi, cittadini, che il dio sia effettivamente sapiente e che in questo oracolo voglia dire che la sapienza umana vale poco o nulla; è evidente che questi menziona Socrate e [23b] ha dato il suo responso col mio nome, prendendo me come esempio, come per dire: "Uomini, il più sapiente fra voi è chi, come Socrate, ha riconosciuto che in verità non è di nessun valore, per quanto concerne la sapienza." In ogni caso, anche ora, andandomene in giro, cerco ed esamino secondo l’ordine del dio chiunque, cittadino o forestiero, io creda sapiente; e ogni volta che non mi appare tale, vengo in aiuto al dio e dimostro che non lo è. E a causa di questa occupazione non ho avuto tempo di fare nulla di notevole né negli affari della città, né in quelli di casa, ma, [23c] per il servizio al dio, sono infinitamente povero.
X. Inoltre, i giovani che hanno più tempo libero, cioè i figli dei più ricchi, mi frequentano per loro
scelta, si divertono a sentirmi mettere alla prova le persone, e spesso mi imitano essi stessi e tentano di esaminarne altre. Così trovano - credo - una grande abbondanza di persone che sono convinte di sapere qualcosa ma sanno poco o nulla. E quelli che essi mettono alla prova si arrabbiano con me, invece che con se stessi, [23d] e dicono che un certo Socrate è oltremodo abominevole e corrompe i giovani. E se qualcuno chiede loro "facendo o insegnando che cosa?", non sanno che dire e per non apparire in imbarazzo, dicono tutto quello che hanno sottomano contro chi fa filosofia: insegna "ciò che sta per aria e ciò che è sottoterra", a "non credere negli dei" e a "fare del discorso più debole il più forte".
Perché la verità - venire scoperti come persone che fanno finta di sapere ma non sanno - non gli
piacerebbe dirla. Ed essendo - penso - ambiziosi, [23e] violenti e numerosi e parlando di me in
maniera concertata e persuasiva, vi hanno riempito gli orecchi di robuste calunnie. Su questa base mi hanno attaccato Meleto, Anito e Licone: Meleto irritato per i poeti, Anito per gli artigiani e [24a] gli uomini politici, Licone per i retori. Così, come dicevo in principio, mi stupirei se riuscissi a sradicare da voi, in così poco tempo, un pregiudizio divenuto così grande. Questa è la verità, cittadini ateniesi, e vi parlo senza nascondervi nulla, grande o piccolo che sia, e senza riserve. E so piuttosto bene che in questo modo mi rendo odioso - ma ciò è anche prova che dico la verità, che la calunnia contro di me è questa e queste ne [24b] sono le cause. E se le cercherete, ora o in futuro, vedrete da voi che è così.
XI. Su quanto dicevano contro di me i primi accusatori, basti, davanti a voi, questa autodifesa. Ora tenterò di difendermi davanti a Meleto, l’uomo perbene, il patriota, come dice di essere, e dagli accusatori più recenti. Riprendiamo dunque ancora il loro atto d’accusa, come se essi fossero altri accusatori.
XII. L’atto di accusa è pressappoco così: Socrate - dice - è un criminale perché corrompe i giovani e non crede [24c] negli dei in cui crede la città, ma in altre entità divine di nuovo conio. Questa dunque è l’accusa: esaminiamola punto per punto. Dice che sono colpevole perché corrompo i giovani. Ma io dico, cittadini ateniesi, che è Meleto a commettere ingiustizia, perché fa lo spiritoso sulle cose serie, e con leggerezza porta in giudizio le persone, fingendo di preoccuparsi e darsi pena di faccende di cui non s’è mai curato per niente. Le cose stanno così, e cercherò di dimostrarlo anche a voi. Vieni qui, Meleto, e dimmi: non consideri [24d] della massima importanza che i giovani siano quanto possibile migliori?
- Io sì. -
- Dillo allora a queste persone: chi li rende migliori? Evidentemente lo sai, visto che ti interessa tanto. Hai trovato chi li corrompe, me, come tu dici, e per questo mi conduci davanti a questi giudici e mi accusi. Su, di’ dunque chi li rende migliori, rivelagli chi è. Lo vedi, Meleto, che stai zitto e non sai che dire? Non ti sembra vergognoso? Non ti sembra un prova sufficiente di quello che dico io, e cioè che dei giovani non te n’è mai importato nulla? Ma dimmi, caro, chi li rende migliori? -
- I costumi e le leggi ( oi nomoi ). -- [24e] Ma non ti chiedo questo, mio caro amico, bensì quale persona, chi, in primo luogo, conosce,
appunto, i costumi e le leggi? -
- Loro, Socrate, i giudici. -
- Come dici, Meleto? Che sono capaci di educare i giovani e di renderli migliori? -
- Certamente. -
- Proprio tutti, oppure alcuni sì e altri no? -
- Proprio tutti. -
- Ben detto, per Hera! C’è tanta gente ad aiutarli! Ma allora questi che ci stanno ad ascoltare li rendono migliori, [25a] o no? -
- Si’, anche questi. -
- Ed anche i membri della Bulé? -
- Anche loro. -
- Ma, Meleto, non sono i componenti dell’ecclesia, a corrompere i più giovani? Oppure anch’essi, tutti insieme, li rendono migliori? -
- Anch’essi. -
- Ma allora. a quanto pare, tutti gli Ateniesi li rendono migliori, tranne me. Sono soltanto io a
corromperli. E’ così che dici? -
- Affermo proprio questo, con forza. -
- Mi hai condannato a una gran disgrazia davvero. Ma rispondimi: ti sembra così nel caso dei cavalli, che [25b] a migliorarli siano tutti gli uomini, e uno solo a rovinarli? Oppure, al contrario, a saperli migliorare sono uno solo o pochissimi - gli esperti di ippica - mentre la maggioranza, se ha a che fare con i cavalli e li usa, li danneggia? Non è così, Meleto, per i cavalli e tutti gli altri animali? Certamente è così, lo diciate o no tu e Anito. Perché, per quanto riguarda i giovani, sarebbe davvero una bella fortuna che uno solo li corrompesse e tutti gli altri [25c] fossero loro d’aiuto. No, Meleto, è abbastanza evidente che ai giovani non hai mai pensato e la tua negligenza si mostra chiaramente: non ti è mai importato nulla di quello per cui mi porti in giudizio.
XIII. Dimmi ancora, Meleto, per Zeus, è meglio vivere fra cittadini buoni o cattivi? Rispondi, amico, non ti sto chiedendo nulla di difficile! I cattivi non fanno forse del male a chi gli sta sempre vicino, mentre i buoni del bene? -
- Senza dubbio. -
- [25d] C’è dunque qualcuno che voglia essere danneggiato dalle persone con cui sta assieme, piuttosto che trarne vantaggio? Rispondi, mio caro amico: anche la legge te lo impone. C’è qualcuno che vuole
essere danneggiato? -
- No di certo. -
- Su, allora: mi porti qui in tribunale in quanto corrompo i giovani e li rendo più cattivi
volontariamente o involontariamente? -
- Volontariamente. -
- E allora, Meleto? Alla tua età sei tanto più sapiente di me alla mia, da aver riconosciuto che i cattivi fanno sempre del male a chi sta loro più vicino, [25e] mentre i buoni del bene. Io, invece, sarei stato tanto ignorante da non rendermi conto che se rendessi malvagio chi sta con me, rischierei di ricevere del male da lui: tu dici che farei una simile cattiva azione volontariamente? Meleto, io non ci credo, e penso che non ci creda nessun’altro. Piuttosto, o non corrompo i giovani, o, se li corrompo, [26a] lo faccio senza volerlo, e dunque tu menti in entrambi i casi. Se li corrompo involontariamente, non è d’uso fare causa per simili errori, bensì prendere da parte chi sbaglia, per spiegargli perché e ammonirlo. E’ chiaro, infatti, che una volta resomi conto dell’errore, smetterò di fare ciò che in ogni caso compio involontariamente. Ma tu hai evitato di stare con me e di darmi insegnamento e non ne hai avuto voglia, e mi porti qui in tribunale, dove si usa condurre chi ha bisogno di essere punito ma non chi ha bisogno di imparare.
XIV. Ma quello che dicevo è ormai chiaro, Ateniesi: [26b] di queste cose a Meleto non è mai
importato né tanto né poco. Tuttavia, Meleto, dicci: in che modo secondo te corrompo i più giovani? Oppure è evidente che, secondo l’accusa che hai scritto, li corrompo insegnando loro a non credere negli dei in cui crede la città, ma in altre e nuove divinità demoniche? Non dici che corrompo insegnando? -
- Dico proprio questo, decisamente. -
- Allora. Meleto, per questi stessi dei di cui stiamo discutendo, dillo ancora più chiaramente a me [26c] e a questi cittadini. Perché non riesco a capire se tu dici che insegno a credere che ci sono degli dei io stesso perciò credo che ci sono dei e non sono affatto ateo, né colpevole di questo - i quali però non sono certo quelli della città, bensì altri, e per questo mi citi in giudizio, oppure se sostieni che io non credo assolutamente agli dei e insegno agli altri a fare altrettanto. -
- Dico che tu non credi assolutamente negli dei. -
- Stupefacente Meleto, perché dici questo? Dunque non credo, come le altre persone, che il sole e la luna siano dei? -
- No, giudici, per Zeus, dato che dice che il sole è pietra e la luna terra! -
- Caro Meleto, credi di accusare Anassagora? Stimi così poco i giudici e li credi così poco familiari
con la scrittura, da non sapere che di questi discorsi sono pieni i libri di Anassagora di Clazomene?
Allora i giovani imparano da me cose che si possono [26e] avere nell’orchestra per una dracma,
talvolta, a dir tanto, così da mettere Socrate in ridicolo, se fa finta che siano sue perché sono strane in un modo o nell’altro? Ma per Zeus, ti sembro così? Non credo in nessun dio? -
- Assolutamente no, per Zeus! -
- Meleto, non sei credibile neppure a te stesso, mi pare. Perché a me sembra, cittadini Ateniesi, che egli sia assolutamente presuntuoso ed avventato, e che mi abbia accusato semplicemente per un qualche genere di insolenza e per avventatezza giovanile, [27a] come per mettermi alla prova con un enigma: "Socrate il sapiente si accorgerà che io parlo per scherzo e contraddittoriamente, oppure riuscirò ad ingannare lui e tutti gli altri ascoltatori?" Perché mi sembra che nell’accusa si contraddica, come se dicesse: "Socrate è un criminale perché non crede negli dei, ma crede negli dei." E questo è veramente da giocherellone.
XV. Guardate con me, cittadini, in che modo mi sembra dire questo; e tu, Meleto, rispondici. Voi,
[27b] come vi avevo pregato all’inizio, ricordatevi di non fare chiasso se argomento alla mia consueta maniera.
- Meleto, c’è qualche persona che crede che ci siano realtà umane, ma non crede negli uomini?
Lasciatelo rispondere, cittadini, e non schiamazzate per una parte o per l’altra. C’è qualcuno che non crede nei cavalli, ma in realtà ippiche? C’è qualcuno che non crede nei flautisti, ma in realtà
flautistiche? Non c’è, mio carissimo amico. E se tu non vuoi rispondermi, lo dico io, a te e tutti gli altri presenti. Ma rispondi almeno a questo: [27c] c’è qualcuno che crede che ci siano realtà pertinenti a divinità demoniche, ma non crede nelle divinità demoniche? -
- Non c’è. -
(daimones) ) non li riteniamo forse dei o figli di dei? Sì o no? -
- Certamente. -
- Allora se io credo in delle divinità demoniche, come tu dici, e se queste sono dei, può darsi, come sostengo io, che tu ci stia prendendo in giro con un indovinello, dicendo prima che non credo negli dei, poi ancora che ci credo, e poi che credo, in effetti, in demoni. Ma se questi demoni (aimones ) sono, come si dice, una specie di figli bastardi di dei e di ninfe o di altre creature, chi potrebbe pensare che ci siano figli di dei, ma non dei? [27e] Sarebbe tanto bizzarro quanto credere che ci siano figli di cavalli e abbia scritto questa accusa altrimenti che per metterci alla prova, o perché non sapevi di quale vera colpa accusarmi. Ma non c’è modo, così, di persuadere qualcuno, anche di modesto intelletto, che alla stessa persona sia possibile credere che ci siano cose demoniche e divine [28a] ma non demoni, dei ed eroi.
XVI. E davvero, cittadini ateniesi, mi sembra che per provare che non sono colpevole secondo
l’accusa di Meleto non occorra una grande autodifesa, ma questa basti; e tenete ben presente che è vero anche quanto dicevo prima, e cioè che è sorto nei miei confronti un odio grande e diffuso. Ed è questo che causa la mia condanna: non Meleto, né Anito, ma il pregiudizio e la gelosia dei più. [28b]
Questo ha condannato molti altri uomini buoni, e altri ancora - credo - ne condannerà; non c’è da temere che io sia l’ultimo. Ma forse qualcuno potrebbe dire: - Socrate, non ti vergogni di esserti dedicato ad una attività per la quale sei ora esposto al rischio di morire? -
Io avrei ragione di ribattere: - Ragazzo, non ragioni correttamente, se pensi che un uomo, anche di valore modesto, debba tener conto di essere vivo o morto, e non debba invece considerare, quando agisce, solo questo: se agisce giustamente o ingiustamente e se le sue opere sono da uomo buono o cattivo. [28c] Infatti, a tuo dire, sarebbero dei mediocri tutti i semidei che hanno concluso la loro vita a Troia, fra cui il figlio di Tetide, che preferì affrontare il pericolo piuttosto che la vergogna. Tanto che, quando la madre, che era una dea, disse a lui, ansioso di uccidere Ettore, qualcosa - credo - di simile a questo:
Figlio, se vendicherai l’uccisione di Patroclo, il compagno, e ucciderai Ettore, tu stesso morirai
perché subito dopo è per te preparato il suo destino funesto. [cfr. Hom. Il. 18.96.] egli, sentite queste parole, si curò poco della morte e del pericolo, [28d] perché temeva molto più una vita da vile, senza vendicare l’amico, e rispose: Che possa morire immediatamente, dopo aver fatto pagare al colpevole il fio, per non rimanere ridicolo qui, presso le navi ricurve, peso alla terra. [cfr. Hom. Il. 18.98-104.]
Pensi che lui si sia preoccupato della morte e del pericolo? -
XVII. Perché in verità è così, cittadini ateniesi: dove uno si sia schierato da sé, perché lo riteneva il posto migliore, o dove sia stato messo da un comandante, lì si deve - secondo me - avere il coraggio di restare, senza curarsi né della morte né di altro di fronte alla vergogna. Cittadini [28e] ateniesi, quando i comandanti che voi sceglieste per me mi schierarono in battaglia a Potidea, ad Anfipoli e a Delio, rimasi dove mi avevano disposto, come qualsiasi altro, e rischiavo di morire. Farei dunque una azione terribile se, quando invece a schierarmi è il dio, come io ho supposto e inteso, con l’ordine di vivere
facendo filosofia ed esaminando me stesso e gli altri, avessi paura della morte [29a] o di qualunque altra cosa e abbandonassi il mio posto. Sarebbe una cosa terribile, e mi si potrebbe certo portare in tribunale giustamente, con l’accusa di non credere che gli dei esistano, perché disubbidisco all’oracolo,o paura della morte e penso di essere sapiente senza esserlo. Infatti, cittadini, aver paura della morte non è nient’altro che sembrare sapiente senza esserlo, cioè credere di sapere quello che non si sa. Perché nessuno sa se per l’uomo la morte non sia per caso il più grande dei beni, eppure la temono come se sapessero bene [29b] che è il più grande dei mali. E credere di sapere quello che non si sa non è veramente la più vergognosa forma di ignoranza? Io, cittadini, sono diverso dalla maggior parte degli uomini forse anche per questo, e se dovessi dichiarare che sono più sapiente di qualcuno in qualcosa, direi che lo sono perché, non sapendo abbastanza di quanto avviene nell’Ade, non penso neppure di conoscerlo. Però una cosa la so: agire ingiustamente e disubbidire a chi è migliore di noi, uomo o dio che sia, è cattivo e vergognoso. Di fronte a mali che so essere tali io non mi spaventerò né fuggirò mai
quello che non so se sia, per caso, bene. Perciò, [29c] anche se mi assolvete, senza credere ad Anito, che affermava che o non dovevo assolutamente essere fatto comparire in tribunale, o, una volta convenuto, non si poteva fare a meno di condannarmi a morte, perché se verrò lasciato andare i vostri figli metteranno in pratica quello che Socrate insegna e saranno tutti totalmente corrotti - se voi perquesto mi diceste:
- Socrate, per questa volta non daremo retta ad Anito, e ti assolviamo, ma a questa condizione: che tu non sprechi più tempo in questa ricerca e non faccia più filosofia; se [29d] verrai colto a farla, morirai.
Se davvero voi mi assolveste alla condizione che ho detto, vi risponderei:
- Cittadini ateniesi, io vi amo e vi rispetto, ma ubbidirò al dio piuttosto che a voi, e finché avrò respiro e sarò in grado di farlo, non smetterò di fare filosofia, di consigliarvi e di insegnare a chiunque incontri di voi, dicendo, come sono solito: "O ottimo uomo, tu che sei Ateniese, della città più grande e famosa per sapienza e forza, non ti vergogni di preoccuparti dei soldi, per averne più che puoi, [29e] della reputazione e dell’onore, senza però curarti e darti pensiero della saggezza, della verità e dell’anima, perché sia la migliore possibile?" E se qualcuno di voi mi contesta, affermando di prendersene cura, non lo lascerò subito andare né me ne andrò io, ma lo interrogherò, lo esaminerò e lo confuterò, e se mi sembrerà che non abbia virtù [30a] se non a parole, lo rimprovererò perché disprezza quello che vale di più e apprezza quello che vale di meno. Farò questo a chiunque incontri, giovane e vecchio,
forestiero e cittadino, ma soprattutto ai cittadini, in quanto mi siete più vicini per nascita. Perché
questo è quello che mi ordina il dio - tenetelo presente - e io penso che alla città finora non sia
accaduto nessun bene più grande del mio servizio al dio. Infatti io me ne vado in giro senza fare altro se non persuadervi, giovani e vecchi, a non preoccuparvi né del corpo [30b] né dei soldi più che dell’anima, perché sia quanto migliore possibile, dicendo: "L’eccellenza (arete) non deriva dalla ricchezza, ma dalla virtù (arete) provengono la ricchezza e tutti gli altri beni per gli uomini, sia sia come privati sia in quanto comunità." E se dicendo questo corrompo i giovani, consideratelo pure dannoso: ma se qualcuno afferma che dico cose diverse da queste, dice il falso. E perciò dichiarerò:
"Cittadini ateniesi, siate o no convinti da Anito e mi assolviate o no, [30c] non mi comporterò
altrimenti, neppure se dovessi più volte morire." -
XVIII. Non schiamazzate, cittadini ateniesi, ma continuate a comportarvi come vi ho chiesto,
ascoltandomi senza far chiasso su quello che dico, anche perché - credo - ne trarrete beneficio. Infatti sto per aggiungere qualcos’altro che forse vi farà schiamazzare; ma statevene zitti. Tenete presente che se mi condannate a morte, perché sono come dico di essere, non danneggerete me più di voi stessi: a me, infatti, niente mi può danneggiare, né Meleto né Anito - non ne sarebbero neppure capaci – in quanto, credo, [30d] non è permesso che un uomo migliore sia danneggiato da uno peggiore. Forse mi può uccidere o esiliare o disonorare; ma mentre egli e qualcun altro possono credere che questi siano grandi mali, io non lo credo, e considero invece un male molto maggiore fare ciò che sta facendo ora, cioè tentare di condannare ingiustamente a morte un uomo. Perciò, cittadini ateniesi, io non parlo per difendere me stesso, come qualcuno potrebbe supporre, ma per voi, perché non abbiate ad errare su [30e] quello che il dio vi ha dato votando contro di me. Infatti se mi condannate, non troverete facilmente un altro che - sia pur detto in modo ridicolo - venga assegnato dal dio alla città come a un cavallo abbia sempre fatto i vostri, rivolgendomi a ciascuno privatamente, come un padre o un fratello
maggiore, per convincervi a preoccuparvi della virtù. Se io ne avessi tratto vantaggio e avessi dato questi consigli a pagamento, la cosa avrebbe avuto un qualche senso, ma ora vedete voi stessi che i miei accusatori, pur accusandomi così spudoratamente in tutto il resto, in questo caso non sono stati così sfrontati da [31c] presentare un testimone ad affermare che io mi sia mai fatto pagare o l’abbia richiesto. Perché credo che basti produrre la povertà come testimone a mio favore.
XIX. Vi potrà forse sembrare strano che io me ne vada in giro e mi dia da fare ( polypragmoneo) a consigliarvi in privato, ma non abbia il coraggio di alzarmi a parlare pubblicamente al popolo in assemblea per dar consiglio alla città. La causa di questo, come mi avete spesso sentito ripetere, è che mi accade qualcosa di divino [31d] e di demonico, di cui appunto ha scritto anche Meleto nella sua accusa, facendoci sopra della satira. E’ qualcosa che mi è cominciato da bambino, come una specie di voce, la quale, ogni volta che si produce, mi trattiene sempre da quello che sto per fare, senza però mai spingermi in avanti. Questo è ciò che mi impedisce di fare politica, e mi sembra una opposizione sacrosanta. Perché - tenetelo ben presente, cittadini ateniesi - se in passato mi fossi nesso ad occuparmi di affari politici, sarei morto da un pezzo e non sarei stato utile né a voi [31e] né a me stesso. E non prendetevela con me, che dico la verità: non c’è nessuno che si possa salvare, se si oppone autenticamente a voi o a un’altra maggioranza, impedendo che in città avvengano molte ingiustizie e illegittimità, ed [32a] è anzi necessario che chi combatte per il giusto, se deve sopravvivere anche solo per un po’, rimanga un privato e non si dedichi alla vita pubblica.
XX. Ma di questo vi fornirò abbondanti prove: non discorsi, ma qualcosa di cui voi avete rispetto,
fatti. Ascoltate che cosa mi è successo, perché possiate rendervi conto che non cederei a nessuno per paura della morte, in violazione del giusto, ma morirei piuttosto che arrendermi. Vi dirò cose
grossolane e avvocatesche, ma vere. Infatti, cittadini ateniesi, io [32b] non ho mai esercitato nessuna carica in città se non come membro della Bulé; e capitò che la mia tribù Antiochide avesse la pritania quando decideste di giudicare tutti insieme, illegittimamente ( paranomos) come sembrò in un secondo momento a tutti voi, i dieci strateghi che non avevano raccolto [i naufraghi] della battaglia navale [delle Arginuse]. Ma in quel momento io solo fra i pritani mi opposi a voi, per non fare niente contro la legge, e votai contro. E mentre c’erano oratori pronti a denunciarmi e a trascinarmi in tribunale.










Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina.
La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte. Ma chi viaggia per molti luoghi lontani ogni viaggio lo vive tre volte: quando lo sogna, quando lo vive quando lo ricorda. Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io ho viaggiato e poi tornato per non diventare cieco.
L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partito. Torna diverso
Viaggiando alla scoperta dei paesi troverai il continente in te stesso.
Le nostre sacche erano ammucchiate sulla banchina e avevamo molte miglia da navigare. Ma a nessuno di noi importava, la superficie del mare è più di due terzi di quella della terra.





 
Condividi su Facebook