RICORDI LONTANI

Durante i miei anni di scuola elementare vi era il Sabato Fascista e mia madre dovette ritagliare, da un pezzo di giacca militare grigioverde, residuo della guerra precedente e fu costretta a tingere di nero una camicia chiara: era la divisa del Balilla. Il copricapo, chiama Fèz, era dato dal Partito completando così la divisa. Obbligo di indossarla ogni sabato pomeriggio, dove si marciava per un’ora, si stava sull’attenti e poi, in posizione militare di riposo, si ascoltava il discorso del Podestà o del Commissario del Partito, ovviamente l’unico partito. Questo succedeva in tutte le piazze dei paesi e città d’Italia. Per due anni mi parve una cosa bella, ma dopo decine di “Sabato Fascista”, a furia di vedere nei 10 minuti di “film Luce”, Benito, con quelle mascelle protese, quelle mani sui fianchi esibito dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, la scarsità del pane, la violenza delle squadre dei manganellatori fece detestare il fascismo. Le sale cinematografiche erano molte: paesi di 10.oo abitanti avevano due sale cinematografiche: ovviamente, non esistendoci la TV, l’unico Partito doveva informare il popolo con filmati di battaglie, sempre vittoriose, dei soldai italiani e tedeschi. Seppi di un fatto accaduto durante la dittatura del fascismo: a Roma, un piccolo gruppo di universitari, capitanati da Fruttero e Lucentini, aveva acquistato parecchi pacchetti di Stelle Filanti dove aveva stampato con il “piccolo tipografo” (un antico gioco per giovani aspiranti giornalisti) stamparono sulle fasce interne delle stelle filanti frasi contro il fascismo, Mussolini, l’Impero, Ciano, Starace e altri gerarchi del PNF (Partito Nazionale Fascista). I congiurati si mescolarono cautamente nel grande gruppo di studenti, lasciando cadere dalle tasche della giacca un grande numero di stelle filanti con le scritte sovversive. Gli studenti inebriati dalla festa del Partito non lessero le frasi: raccolsero le stelle filanti e le gettarono festosamente in aria. Per mezz’ora il radioso cielo di Roma e il cortile dell’Università furono gremiti da quelle frasi, che deridevano il “La genialità della nostra Razza”. Avevo in casa parecchie grandi riviste, una delle quali si chiamava “La razza”. ( Il Duce dovette assecondare l’odio razziale di Hitler). Solo Lucentini fu arrestato, deferito al Tribunale Speciale, e rinchiuso per sei mesi a Regina Coeli. Poi fu cacciato nell’esercito. Non era mai esistito un soldato così infimo. Marciava fuori tempo, non capiva i comandi, dimenticava lo zaino, allacciava male gli scarponi, non salutava col focoso battere dei tacchi, non si abbottonava bene la giubba: era l’infame del reggimento. Fu grazie al suo talento di artigiano che Lucentini si salvò. Come tutti i militari apprese i tempi di smontaggio e montaggio del fucile dell’Esercito italiano, il cosiddetto “ Modello 91”. Cominciò a studiare: prese appunti, osservò i movimenti dei soldati col fucile, l’ordine seguito nel montare e nel rimontare, individuò i gesti superflui, le ingiustificate contrazioni delle dita, i tempi vuoti. Dopo un mese di studi e di prove, Lucentini inventò un metodo di caricamento nuovo, che risparmiava un terzo del tempo di caricamento e scaricamento, fino allora necessario. Quando un ufficiale scoprì che il peggiore soldato dell’esercito aveva inventato un sistema rivoluzionario, che forse avrebbe permesso di vincere la guerra, presto lo stupore si trasformò in meraviglia. Finì la seconda guerra, nel 1945, per fortuna persa, altrimenti saremmo ancora schiavizzati dai figli e nipoti “ariani” di Hitler. Lucentini tornò a fare lo scrittore di romanzi con Fruttero: scrissero sempre romanzi a quattro mani. I loro libri erano firmati - Fruttero e Lucentini –
Essi sono scomparsi, ( Franco Lucentini:1920-2002) (Carlo Fruttero, 1926-2012) ma i romanzi della coppia di amici sono ancora venduti o si trovano nelle Biblioteche.




 
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