PECHINO

Non è stato un colloquio formale, ma alla fine Donald Trump e Vladimir Putin in Vietnam si sono parlati. Brevemente, in due o tre riprese, aiutandosi con il linguaggio delle mani: tema la Siria e anche la questione dell’inchiesta sulle ingerenze russe nella campagna elettorale nel 2016, che definiscono «assurda». Ieri mattina i due leader hanno camminato fianco a fianco verso il podio per la foto di gruppo dei partecipanti alla riunione Apec e hanno discusso e gesticolato, tra i sorrisi. Versione del Cremlino: le due parti hanno concordato una dichiarazione congiunta sulla crisi siriana nella quale si impegnano a sconfiggere l’Isis, a garantire l’integrità territoriale del Paese e a risolvere il conflitto che dal 2011 ha fatto più di 330 mila morti. Questa posizione è stata sancita da tempo, ma la Siria continua a dissanguarsi.
Trump ha dato la sua versione sull’Air Force One che lo portava verso la tappa successiva del suo tour in Asia. Un accordo con la Russia salverebbe molte vite in Siria, ha detto. «Abbiamo concordato molto rapidamente», parlando «a intermittenza» con Putin anche al tavolone della sessione Apec, ha spiegato il presidente. «Sembra che ci sia un buon feeling tra di noi, considerando che non ci conosciamo bene». La colpa di questa impossibilità di un colloquio normale, sostiene Trump, è della «barriera artificiale» alzata dai democratici con l’accusa alla Russia di aver tramato per influire sulle elezioni americane. Putin, a gesti e parole, ha insistito di non essersi immischiato nelle elezioni 2016: «Ogni volta che mi vede mi dice: “Non l’ho fatto, è assurdo”», ha aggiunto Trump. Ma la Cia ieri ha smentito entrambi i leader: «Non cambiamo posizione, Putin ha influenzato il voto per aiutare Trump».
Secondo il presidente un buon rapporto con Mosca sarebbe importante, per risparmiare vite in Siria e fare pressione sulla Nord Corea: «La Russia ci potrebbe davvero aiutare a risolvere molto più velocemente le cose con Pyongyang». Putin, parlando ai giornalisti russi, ha detto di aver trovato Trump una «persona civile, ben educata e con cui si può trattare». Peccato che ci sia stato poco tempo per discutere, a causa di problemi di agenda: serve una discussione sulla sicurezza e l’economia, ha concluso.
Questo «colloquio-non-vertice» a Da- Nang ha messo in secondo piano il comunicato conclusivo dell’Apec che dopo un po’ di equilibrismi sul linguaggio ha pubblicato un appello ai «commerci aperti per combattere il protezionismo» (un punto per Xi Jinping) e un riferimento alle «pratiche eque e regole da non violare» (un punto per Trump).
Gli 11 Paesi orfani del Tpp, l’accordo transpacifico sui commerci negoziato da Obama e sconfessato da Trump, hanno rivitalizzato sulla carta la partnership, anche se molto resta da fare per renderla operativa. Ora Trump è a Manila fino a martedì per il vertice Asean (Association of Southeast Asian Nations). Il presidente, che non ama le trasferte lontano da casa o dal suo resort di Mar-a-Lago, avrebbe voluto ripartire già lunedì, disertando la riunione plenaria. Nei suoi otto anni Barack Obama era stata attento a mostrarsi sempre all’appuntamento. Trump ha aperto molti varchi alla penetrazione cinese nella regione e qualche consigliere gli ha spiegato che a questi banchetti internazionali, pur fastidiosi, «se non sei seduto a tavola rischi di finire nel menù, ti mangiano».
Così la Casa Bianca ha cambiato idea e ha detto che il vertice Asean è anzi «il momento più importante». Ci sono dei rischi d’immagine: il padrone di casa per l’occasione Asean è il presidente filippino Rodrigo Duterte, autore della famigerata «caccia a drogati e spacciatori» che ha causato oltre 4 mila morti in pochi mesi. Duterte ha appena raccontato di aver ammazzato a coltellate un ragazzo, quando era sedicenne; non è la prima volta che si vanta di aver ucciso.
Un incontro troppo cordiale può suscitare nuove critiche alla Casa Bianca.





 
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