POMPEI, ITALIA: LULTIMA VERGOGNA


Una mattina erano «solo» cinquecento i turisti che, dopo aver solcato cieli e varcato mari, si sono trovati sbarrati gli Scavi di Pompei: «Chiusi per assemblea sindacale» lasciando derelitti e sotto il sole migliaia di aspiranti visitatori provenienti da tutto il mondo. Ciò che in qualsiasi azienda potrebbe essere risolto con un paio d’incontri sindacali, si è trasformato in una serrata. Tra quelle rovine dell’Impero romano ne siamo usciti sconfitti. Una battaglia dell’Italia di oggi, nessuna voglia di cambiare. Da un lato ci sono più di cento milioni finanziati dalla Unione Europea per intervento straordinario per creare la Pompei di domani, all’altezza della sua bellezza. Dall’altro lato c’è il Caos, l’ordinaria incuria, l’ignoranza, il corporativismo, il sindacalese, la burocrazia romana, le confusioni dei ruoli e dei poteri, i distintivi della Pubblica amministrazione, che tentano di conservare la Pompei di oggi: un mondo in cui non si può assumere e non si può licenziare, non si può spostare o sostituire il personale che va in pensione, in cui non esistono più i giardinieri, i mosaicisti, i muratori, e le Domus romane vengono giù come case dirupate.
Il nuovo sovrintendente, che è lì da tre mesi, ci sta provando a rilanciare un’impresa che fa due milioni e mezzo di visitatori all’anno e 22 milioni di incassi. Ora si annuncia la riapertura agli spettacoli del Teatro Grande, la cui inagibilità è stata una delle vergogne di Pompei.
Ma è proprio quando le cose cominciano a muoversi che cresce la pressione per lasciarle come sono. E se uno insegue i grandi progetti senza cambiare i piccoli fatti, invece di andare avanti rischia di tornare indietro. È ciò che accade a Pompei. Finché la legge consente di sfruttare assemblee retribuite in orario di lavoro come armi di ricatto contro gli utenti, nessun grande progetto sarà mai realizzabile. E se i sindacati le coprono, e il ministero le subisce, chi potrà mai credere nella riforma della Pubblica amministrazione che il governo annuncia? Agli occhi di un inglese o di un tedesco non c’è differenza tra Pompei e l’Italia. Questa è l’immagine che diamo di noi nei luoghi dove gli altri ci guardano. Per questo, perché Pompei è davvero una metafora dell’Italia, gli Scavi non possono restare ancora chiusi. Il ministro, che ne ha i poteri, metta fine a queste vertenze. Come molte altre cose, anche la partita di Pompei si decide a Roma.



 
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