LA CASTA

Io, semplice cittadino che legge i giornali e qualche libro, apprezzo molto la capacità di Sergio Rizzo di mettere il dito nelle piaghe del nostro ceto dirigente, che è sempre la Casta, forse ancora peggiorata, ma vorrei che i molti giornalisti di grande capacità, come Gian Antonio e Sergio Rizzo, si unissero con altri colleghi capaci, come Travaglio, Severgnini, e molti altri, di creare un “movimento di lucida e coraggiosa informazione” che possa migliorare la classe politica e scollare dalle poltrone il sedere dei politici della casta. Questa è la mia speranza. Chi, come loro, cerca di raccontare la realtà italiana, interrogandosi sulle ragioni di una caduta così verticale dei valori della nostra classe dirigente, dai costituenti ai ladri dei consigli regionali. Con una conclusione: cambiare si può, come dice Sergio Rizzo, che disegna con severità e sarcasmo la galleria degli orrori che si trova di fronte vuole, rimettendo dei paletti ed esigendo che siano sempre rispettati.
Bruno Roversi

Sergio Rizzo, che scrisse con Gian Antonio Stella il libro “La casta”, l’inchiesta che mette a nudo la nostra classe dirigente, dove scrive: Che senso ha un Paese dove la fame di poltrone ha spinto a inventare le comunità montane al livello del mare ? Dove il Quirinale spende il quadruplo di Buckingham Palace, Dove conviene fiscalmente regalare soldi a una forza politica piuttosto che ai bambini lebbrosi ?
E uscito un nuovo libro di Rizzo “ La repubblica dei brocchi” dove nella sua prefazione elenca l’incapacità della nuova classe dirigente:
Ma neppure magistrati, manager pubblici e privati, professori. Non ha risparmiato il sindacato, la finanza, i professionisti di ogni ordine e grado. Né poteva risparmiare la stampa e l’informazione.”
Sergio Rizzo, uno degli autori de La casta, il libro che ha dato agli italiani il sostantivo giusto per protestare contro una classe politica indecente, ha perso la stima. Il deperimento delle nostre élite è generale. Niente e nessuno si è salvato dal lento processo di decomposizione. Non la politica. Né le grandi burocrazie pubbliche – ma non il senso del ridicolo – e in questo libro lancia il suo atto d’accusa contro tutta la classe dirigente italiana: “Eravamo un paese che aveva fame di crescere: adesso siamo la Repubblica dei brocchi”.
Perché al di là della questione morale, al di là dei reati e del dolo, al di là degli interessi privati che si fanno atti pubblici, la questione cruciale è che la nostra classe dirigente semplicemente non è al livello di quella degli altri paesi sviluppati. I brocchi non vogliono migliorare, riformare, far avanzare il paese: vogliono che tutto resti com’è per sempre, per godersi le proprie rendite di posizione. Ai brocchi non interessa quello che fanno gli altri, le soluzioni nuove ai problemi vecchi: per loro i problemi sono eterni e irrisolvibili. I brocchi non credono nella meritocrazia (se non a parole) e hanno una nutrita discendenza da piazzare, spesso composta di brocchi ancora peggiori.

Non sanno usare il congiuntivo.
Pensano solo al loro interesse, e spesso senza neanche molta furbizia.
Non conoscono vergogna, non prendono lezioni da nessuno.
Sono mediocri, ma si credono i migliori.
E sono la nostra classe dirigente.


 
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