Il Ladakh

Viaggio nel Ladakh (1983)


I passi più alti del mondo, un sistema di riscaldamento inconsueto e funerali con gli avvoltoi.

Siamo partiti da Delhi, la capitale dell’India con un autobus con prenotazione dei posti.Al momento sembra un lusso, non saliranno person con galline o capre al seguito. Sono due giorni ed una notte, un viaggio allucinante: il bigliettaio, che doveva aprire la portiera scassata del bus ad ogni persona che faceva cenno di voler salire, si addormenta dopo 6 ore di viaggio. Scalogna: il mio posto è vicino alla portiera e sono io a doverla aprire: ogni volta debbo togliere il cacciavite che lo tiene chiuso e dare una mano a chi ha difficoltà salire con quache animale in braccio, poi richiudere la portiera fermandola col cacciavite. Il bigliettaio è sempre in coma. L’autista mi ringrazia ogni volta, girando lo sguardo verso di me, ma io sono terrorizzato: la strada non asfaltata, scavata sul fianco di una ripida montagna, senza guardrail è piena di tornanti a 180°, (vedi foto) Basta alzarsi in piedi per vedere un centinaio di metri sotto gli scheletri arrugginiti dei camion o autobus precipitati nel corso degli anni. Un odore dolciastro mi avverte che l’autista fuma hascis. Gli chiedo quando ha intenzione di fare una sosta e dopo qualche tornante frena: una casa in costruzione ci ospiterà per passare la notte su brandine fatte con strisce di plastica su un telaietto di ferro. Quella strada è chiamata la strada dell’orrore.
Finalmente arriviamo a Leh.
Molti hanno sentito parlare di Nepal o di Tibet, pochi sanno dove è ubicato lo stato del Ladakh, poco pù di 100.000 abitanti, la cui capitale si chiama Leh.(all’epoca circa 8000 abitanti). A chi vuol iniziare a conoscere quei popoli e ritrovare i ritmi e la sapienza della terra che la nostra civiltà ha dimenticato, si consiglia un viaggio in Ladak. Se arrivate a Leh, però, sostate due o tre giorni, non abbiate fretta. Se avete il desiderio e l’attrezzatura di partire alla scoperta degli alti passi, se sentite che il vostro fisico non si abitua all'altezza, se continuate ad avere vertigini e vi manca il fiato, tornate.indietro e fermatevi serenamente a Leh. Dalle foto che ho scattate si vedono dei bambini dalla faccia allegra e intelligente che escono da scuola, con una lavagnetta di legno dipinta di nero. Sicuramente, oltre al gessetto bianco, è tutta l’attrezzatura scolastica. La piazza è abbastanza movimentata: autocarri che arrivano, l’autobus che giunge stracarico di gente. Quando poi riparte c’è l’assalto, addirittura i giovani si arrampicano ed entrano dai finestrini. Qualcuno si arrampica sul porta bagagli e si sdraia sugli stessi. I tratti dei visi sono decisamente tibetani.
Questa regione lontana, che si trova, ai confini con Pakistan, Cina e Tibet, è chiamata anche "la terra degli alti passi" perché attraverso le sue strade si possono raggiungere i valichi più alti del mondo: il passo Kardung-La a 5.700 metri
"È un paese in cui si torna indietro nel tempo: la povertà è assoluta, il principale sistema di riscaldamento è costituito dagli escrementi di yak, un escremento brucia e riscalda per diverse ore; si può viaggiare unicamente da luglio ad agosto perché negli altri mesi la neve e il gelo rendono impossibili gli spostamenti fra una valle all'altra; solo a Leh, nella capitale, c'è la luce elettrica per tre ore: la sera dalle 8 alle 11. Eppure sono rilassati, quando si entria nei monasteri stupisce il loro viso sereno e direi anche che esprima una trattenuta allegria. I giovani monaci pregano in coro, con una lenta litania che ti trascina e t’incanta. Siamo stati a sentirli per tre ore, passate senza rendersi conto. Nel villaggio non si sente nessuna richiesta di denaro, non ci sono persone che inseguono per chiedere l'elemosina come avviene talvolta nel sud est asiatico. Se un ospite vi offre da mangiare o da bere siete liberi di accettare o rifiutare, la vostra risposta è accolta in ogni caso con la stessa tranquillità. È una condizione mentale che li accompagna anche in situazioni estreme che a noi possono sembrare sconcertanti". Penso che questo dipenda dalla loro religione: il Buddismo.
Quando qualcuno muore d’inverno non viene sepolto perché impossibile: la roccia e la terra gelata non lo consentono. Raramente è cremato, perché il legno è poco e sempre molto prezioso; ho letto da qualche parte che il cadavere è tagliato a pezzi è dato in pasto agli avvoltoi in luoghi appositi, ovviamente sacri. Di queste usanze e di tante altre cose abbiamo saputo in un secondo tempo. Una notizia interessante è stata da noi scoperta. Ho fotografato una festa di matrimonio abbastanza normale all’apparenza.(vedi foto). Tavole apparecchiate con liquori europei, ma non ho visto nessuno bere. Secondo me è solo una esposizione di bottiglie esposte come gioielli, regalate da qualche turista e viene esposta ad ogni matrimonio. Nella foto si vede l’unico uomo elegante e con cravatta. Chiedo ad un gruppo di giovani ragazze in costume tradizionale se quello è lo sposo. Sì, è lui. “ Ma e la sposa dov’è ?” Mi guardano divertite e mi dicono candidamente ” la sposa è a casa perché ovviamente deve accudire ai figli ed agli mariti, fratelli maggiori del nuovo ”. Per un momento penso ad una presa in giro; poi afferro il concetto: lì c’è la poliandria, per motivi economici, i maschi della famiglia, giunti ad una età prefissata, sposano la moglie scelta dal fratello maggiore, così che il magro appezzamento di terreno non viene suddiviso e rimane sempre a sostenere tutta la famiglia. Suppongo che la donna con tanti mariti abbia un certo potere in quelle società e sicuramente i componenti delle famiglia non crescono troppo, con un sola donna che partorisce. Ragioni economiche che non escludono i fratelli minori, come succedeva da noi nel medio evo, nelle famiglie nobili, dove il titolo e le proprietà erano ereditati del primogenito.





 
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