UN FUTURO DA RITROVARE



Lo scrittore algerino yasmina khadra «la guerra all’isis , strada per la pace»
Quando Yasmina Khadra discute di guerra al terrorismo, sa bene di cosa parla, perché l’ha vissuta in prima persona. È entrato da bambino nella scuola dell’esercito algerino, ha fatto 36 anni di vita militare, ha combattuto contro i terroristi islamici durante la guerra civile degli anni Novanta. Allora adottò come pseudonimo il nome di sua moglie, per aggirare la censura.
Quello vero è Mohamed Moulessehoul. «Sono diventato un soldato a nove anni, ma ero nato per scrivere. Ho cominciato a cinque e ho completato il primo romanzo a 11. A 17, proposi la mia prima raccolta di racconti, Houria . La cosa più difficile per me, da soldato, è stato all’inizio il fatto di vivere in un mondo che è agli antipodi della letteratura; e in seguito di trovarmi in una guerra fratricida che non ha fatto che aggravare le fratture nella società, come ho denunciato negli anni Novanta in cinque dei miei romanzi, inclusa la trilogia del Commissario Llob». Lo scrittore sessantunenne, che vive a Parigi da 15 anni ed è stato tradotto in 42 lingue, sarà il protagonista a Pordenone della rassegna «Dedica». Al Corriere spiega che è tempo che l’Occidente impari a distinguere tra le guerre sbagliate e quelle — come la Libia oggi — giuste, anzi necessarie.
La cosiddetta Primavera araba, in Siria e altrove, era nata da un anelito di libertà e giustizia. Crede che alla fine abbia causato una crescita dell’estremismo?
«La “primavera araba” è stata una stagione incerta che, dopo l’estate delle bombe e l’autunno delle promesse, è sfociata oggi nell’inverno dei fallimenti. Una dozzina di anni fa, nel quotidiano algerino Le Matin , scrissi che la guerra in Iraq, decisa da Bush figlio e condannata da tutti i popoli, avrebbe aperto il vaso di Pandora e provocato un cataclisma senza precedenti nella regione. Quel che accade oggi è la deriva di una rivendicazione culturale che si è trasformata, in mancanza di democrazia e di un progetto di giustizia sociale, in una maledizione. Il terrorismo fondamentalista non dipende dall’ideologia ma dal brutale malfunzionamento delle società dopo la caduta dei regimi totalitari. In questa ricerca nevrotica di libertà e dignità, la rabbia ha sostituito la ragione e offre a opportunisti di ogni colore l’occasione di dare libero sfogo alla follia. L’Occidente deve smettere di avere paura di affrontare questo pericolo crescente. Possiede i mezzi militari e culturali per porre fine alla minaccia. È necessario smetterla di cercare il colpevole quando ciò che si deve trovare è una soluzione. Sono addolorato anche per l’islamofobia che non fa che nutrire il terrorismo. Più che mai, dobbiamo dimostrare saggezza e solidarietà ai popoli costretti all’esodo di massa. La pace è in gioco».
Un intervento in Libia contro l’Isis è sempre più vicino. Pensa che avrà successo? O, dopo gli errori del passato, l’Occidente dovrebbe stare alla larga da queste guerre?
«L’uccisione di Gheddafi come pure l’intervento in Iraq sono stati delle spaventose cantonate, il risultato di calcoli sbagliati. Ma l’Isis è un problema mondiale che va risolto con urgenza. La guerra contro l’Isis è l’unica strada per arrivare alla pace e alla stabilità. Non c’è altra scelta. E stavolta la vittoria è possibile, perché la guerra è giusta».
Cosa ne è stato della «primavera» algerina?
«L’Algeria è stato il primo Paese a scatenare la sua “primavera araba”. Nel 1988. La rivolta dei giovani costò perdite enormi, ma riuscì a piegare il regime dittatoriale di ispirazione sovietica e a imporre il multipartitismo. Purtroppo, il popolo non aveva una solida cultura democratica, così la libertà di espressione ha favorito lo scontro tra mentalità retrograde a scapito del dibattito tra idee di emancipazione. Risultato: il fondamentalismo ha corroso le menti e siamo caduti nella trappola del terrorismo. Oggi l’Algeria è ancora traumatizzata da vent’anni di massacri. Il popolo è convalescente, scoraggiato. Non chiede progressi né democrazia, ma tranquillità. Ed è un errore».
La preoccupa la retorica di Marine Le Pen?
«Le Pen è un affronto a tutta la Francia. Ripensiamo alla mobilitazione globale di solidarietà per Parigi dopo gli attacchi di Charlie Hebdo . Nessun Paese al mondo affascina e suscita tanto sostegno quanto la Francia. Se un solo lampione di Parigi si spegne, il mondo intero si ritrova al buio. L’atteggiamento razzista di Le Pen è un insulto a tutte le nazioni che provano per la Francia enorme simpatia e ammirazione. Ma i francesi, per lo più, sono un popolo magnifico. Le Pen è una nota stonata nella sinfonia del futuro».
Infatti ora la Francia ha un giovane Presidente all’Eliseo : Macro.


 
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