SOCRATE

“Ringrazio gli dei, scrisse Platone, di essere nato greco e non barbaro, uomo e non donna, libero e non schiavo. Ma soprattutto nato nel secolo di Socrate.”
Egli visse dal* 469 a.C. al *399 a.C : 70 anni.
Socrate è innanzitutto uno dei rarissimi casi di modestia premiata non dai contemporanei che lo condannarono a morte, ma dai posteri che hanno riconosciuto l’immortalità delle sue opere che non scrisse perché furono i suoi allievi che lo fecero. Ce n’erano intorno a lui di tutte le età, condizioni e idee: dagli aristocratici agli anarchici, ai giovani che volevano imparare e ciascuno dei seguaci vide e descrisse il maestro a modo suo. E quando Diogene Laerzio racconta quanto di lui aveva scritto Platone, Socrate esclamò :”Per dio, quante bugie ha raccontato su di me questo giovanotto”. Possiamo crederci perché nessuno, nemmeno Socrate, che pure con più accanimento ci si provò, riesce a vedere se stesso, o perlomeno a vedersi come gli altri lo vedono. Lui che aveva un padre che faceva lo scultore si sentiva vicino alla madre che era stata una levatrice, Perché diceva, mezzo ridendo e mezzo sul serio “ anch’io aiuto gli altri a partorire: non figli ma idee.” Questa infatti fu la sua vera attività per tutta la vita. Certamente i suoi genitori non erano entusiasti: essi dovettero scambiare la sua continua mancata assenza dalla scuola e dal lavoro e alla sua inesauribile passione di aggirarsi in piazza e nelle strade di Atene ad ascoltare cosa diceva la gente, a interrogarla, a stuzzicarla, come un tipo di bighellone che non prometteva nulla di buono.
Da adulto Socrate non era ricco ma neanche del tutto povero perché alla morte del padre ne ereditò la casa e settanta” Mine” qualcosa come ottomila euro, che affidò al suo amico Critone perché glieli investisse. Contava sul loro reddito perché aveva scarsi bisogni. Il padre di Socrate disse che suo figlio era un ignorante sbevazzone, afflitto dai debiti e dedito ai vizi. In effetti, la sola educazione che aveva era quella militare e sportiva. Chiamato alle armi durante la guerra del Peloponneso si era mostrato un soldato, resistente, disciplinato e coraggioso. Fu un soldato duro, un po’ come un attuale alpino. E anche il busto che lo rappresenta, che si trova al museo delle terme a Roma, ci suggerisce la stessa impressione. E’ facile capire questo: andava in giro sempre con lo stesso chitone, (la tunica lunga cucita in un fianco, tipico della Grecia antica) impataccato e rattoppato. Alzava jl gomito spesso e volentieri e Santippe, sua moglie, diceva che non si lavava. Effettivamente egli non aveva assolutamente cura della famiglia. Non le dava un soldo perché non li guadagnava, e restava via da casa giorni e notti. La donna esasperata che sporse denuncia contro di lui e lo trascinò in tribunale.
Socrate, invece di difendere se stesso, difese lei. E non soltanto di fronte ai giudici, ma anche agli allievi indignati. Disse che come moglie aveva perfettamente ragione e che era una brava donna e che avrebbe meritato un marito migliore di lui. Ma, ma una volta assolto, riprese tranquillamente le sue abitudini extradomestiche. Anche se non sempre del tutto innocenti, perché non si limitava a frequentare il salotto intellettuale di Aspasia, ma anche la casa di Teodata ch’era la più celebre prostituta di Atene. Tutti gli volevano bene perché era sempre di buon umore e diceva le cose più astruse con parole semplici. Bottegai e commercianti lo salutavano familiarmente quando per strada seguito dal codazzo dei suoi discepoli, davanti alle loro vetrine si fermava, e diceva meravigliato: “Ma guarda di quante cose ha bisogno oggi l’umanità”.
Anche nelle case più eleganti, dove lo invitavano a pranzo, erano abituati ai suoi piedi scalzi, perché fra le cose che lui non sentiva il bisogno c’erano anche le scarpe. Sembra che nella sua vita abbia conosciuto il filosofo Zenone, alla cui dialettica attinse qualcosa. Del resto Socrate esclude la consultazione libresca.
Egli si era proposto due problemi fondamentali che nessuna biblioteca aiuta a risolvere cos’è il bene e cos’e il male ? E qual’ è il regime politico più adatto a conseguirlo ? il fascino del suo insegnamento consisteva in questo : che invece di salire in cattedra e impartire agli altri le sue idee, dichiarava di non averle e pregava tutti di aiutarlo a cercarle. “Io”, diceva, “ mi ritengo il più sapiente degli uomini perché so di non sapere nulla.” E da questa premessa, che era assieme modesta e immodesta, partiva ogni giorno alla conquista di qualche verità, ponendo domande invece che dando risposte. Ascoltava pazientemente quelle dei suoi allievi, e poi cominciava a muovere le sue obiezioni : “ Tu Cristone, che parli di virtù, cosa intendi con questa parola ?” Socrate non si stancava mai di esigere concetti precisi e formulazioni chiare. “ Cos’è questo ? “ era la sua domanda preferita, di qualunque cosa si parlasse. E ogni definizione la passava al setaccio della sua ironia per mostrarne la fallacia o la ineguatezza. Era proprio un incorreggibile “tafano”, nato per scuotere tutte le certezza degli ascoltatori che spesso andavano in bestia e si ribellavano. “Perdio! “ urlava Ippia “ è molto facile ironizzare sulle risposte altrui senza darne di proprie. Io mi rifiuto dirti cosa è la giustizia se prima non mi dici cosa intendi tu !”
E, più tardi, Aristofane satireggiò una commedia, Le nuvole, quella che lui chiamava “ la bottega del pensiero” dove secondo lui si imparava soltanto l’arte del paradosso, presentando un allievo di Socrate, che picchia suo padre e poi sostiene la legittimità del suo gesto, dicendo che lo ha compiuto per pagare il debito contratto quando suo padre aveva picchiato lui. “ I debiti sono debiti. Bisogna restituire quanto si è ricevuto.”
Platone racconta che Socrate, un giorno, decise d’invertire le parti e di essere lui a rispondere, invece che a interrogare. Ma poi rinunciò dicendo: ” Avete ragione quando mi accusate di sollevare dubbi invece di certezze. Ma che volete farci ? Sono figlio di una levatrice: abituato a far partorire, non a procreare.
Socrate per inventare la filosofia di cui è davvero il padre, ebbe il bisogno di affermare il diritto al dubbio, cioè di scuotere tutte le fedi. Non si crede affatto che lui abbia preso di mira unicamente e soprattutto la democrazia ma credo che abbia sottoposto anche la democrazia alla critica che gli era abituale.
LA CON DANNA DI SOCRATE
I suoi avversari non potevano incriminarlo sul piano politico, ma lo incriminarono su quello religioso e morale. L’imputazione che fu sporta contro di lui nel 399 a.C. era di “ Pubblica empietà nei riguardi degli dei e corruzione della gioventù”. La giuria era composta di millecinquecento cittadini ateniesi. E in quello che oggi si chiamerebbe il banco della stampa, sedevano fra gli altri in qualità di cronisti, Platone e Senofonte, i cui racconti rimangono gli uniche testimonianze attendibili del processo.
Dei tre cittadini che avevano sporto l’accusa, Anito, Meleto e Licone, il primo aveva personali motivi di rancore per Socrate perché, quando aveva dovuto andare in esilio, suo figlio non volle seguirlo per restare ad Atene col Maestro di cui era a affezionato seguace. I motivi immediati della impopolarità di Socrate erano evidenti ma di scarso rilievo. Gli si rimproverava di aver avuto fra i suoi allievi Alcibiade e Crizia, in quel momento odiatissimi. Ma l’uno e l’altro si erano allontanati dal Maestro, appunto perché refrattari ai suoi insegnamenti. Eppoi , nella scolaresca di Socrate c’era sempre stato di tutto. Quanto ai suoi ambigui costumi sessuali, nell’Atene di quel tempo, non avevano mai fatto scandalo. Ma altre e più profonde le ragioni per cui molti, senza averne co scienza, lo detestavano. Socrate era per natura un aristocratico, non nel senso volgare di appartenenza a una classe, ma in senso intellettuale, che è l’unica cosa che conta. Era povero e andava vestito come uno straccione, e nessuno poteva rimproverargli la minima slealtà nei riguardi allo stato democratico. Era stato un eccellente soldato ad Anfipoli, a Delio, a Potidea. Si era mostrato uno scrupoloso giudice al processo delle Arginuse. L’ossequio alle leggi della città prima di predicarlo lo aveva praticato. Per lui il cittadino esemplare era quello che ubbidiva ad un ordine dall’autorità e che dopo averlo adempiuto discuteva se l’ordine era buono e se l’autorità lo aveva bene formulato. “Due cose, dice Aristotele, gli si debbono riconoscere: i discorsi induttivi e le definizioni “. Il suo scopo era chiaro: volva preparare una classe politica illuminata che governasse secondo giustizia, dopo aver ben imparato che cosa sia la giustizia.


 
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