Dal Corriere della Sera del del 5 Agosto 2016

L’uso della forza è il nostro tabù-
Fosse comuni con 15 mila cadaveri nelle zone liberate dall’Isis: la prova di un massacro immane. L’avremmo mai scoperto senza un’azione militare anti Califfo?
Hanno trovato fosse comuni con quasi 15 mila cadaveri occultati nelle zone liberate dal terrore dell’Isis. Un massacro immane, la prova provata di un massacro immane, che dovrebbe scuotere le coscienze di chi ha a cuore il rispetto dei diritti umani più elementari. E che dovrebbe suggerire qualche interrogativo, fuori dalle ipocrisie, dai non detti, dai proclami magniloquenti, dagli stentorei «mai più» nel ricordo di carneficine consumate nel silenzio e nell’indifferenza delle democrazie occidentali. Per esempio: avremmo mai scoperto queste fosse comuni senza un’azione militare decisa per smantellare le basi del Califfato? Si sarebbe «liberata» Palmira (le virgolette sono necessarie visto che a Palmira erano in funzione i lager sotterranei del tiranno Assad) senza l’intervento massiccio dell’aviazione russa?
L’uso della forza è il grande tabù che non sappiamo affrontare nella guerra simmetrica contro la centrale del terrorismo jihadista. Però non c’è bisogno di intonare la fanfara del bellicismo irresponsabile e superficiale per rendersi conto che sono atti bellici quelli che hanno concretamente consentito l’arretramento del Califfato. E soprattutto che dove non c’è intervento (un tempo si sarebbe definito «ingerenza umanitaria») non ci sarebbe interruzione di fosse comuni, stragi, popolazioni intere vessate, donne yazide uccise o fatte schiave, cristiani ammazzati e crocefissi, musulmani di altra confessione massacrati. Noi invece, e l’Europa sempre più impotente e paralizzata in particolare, ammantiamo le nostre indecisioni con nobili motivazioni, con il rifiuto sdegnato della guerra, cancellando persino dai nostri discorsi la dimensione fastidiosa e imbarazzante della forza. Chi è sopravvissuto al terrore dell’Isis però non sarebbe molto d’accordo. «Mai più Srebrenica», quando i militari dell’Onu girarono la testa per non vedere la violenza genocida di Ratko Mladic. Ma Srebrenica si è ripetuta, e si è interrotta solo quando le forze militari della coalizione anti Califfato si sono imposte sulla forza militare di quei nemici dell’umanità.
E non sarebbero d’accordo nemmeno i curdi, che oggi sono costretti a subire la tempesta di fuoco di Erdogan, il sultano turco che dopo il fallito golpe dei suoi oppositori nello scorso luglio, di fronte al silenzio ipocrita dell’Europa, sembra liberato da ogni vincolo, libero di fare quel che vuole senza la paura di sanzioni o di reazioni significative (con il tacito appoggio persino di Putin e della Russia alla Turchia strategicamente ostile). Oggi i curdi vengono vessati ancora di più, ma non risuonano più le lodi alle eroiche donne peshmerga che hanno combattuto e combattono ancora contro l’Isis. Non ci commuoviamo più per le meravigliose ragazze che andavano a Kobane e che sorridevano dietro a un selfie prima di essere sterminate in un attentato terroristico. E non guardiamo più a Kobane come alla frontiera della nostra civiltà, all’avamposto armato che ha arginato l’avanzata del Califfato. Abbiamo dato un minimo appoggio ai curdi considerati come le nostre forze di terra, visto che non avremmo saputo affrontare un impegno militare di terra dei soldati dell’Occidente e dell’Europa. Oggi nemmeno quello. Ma continuiamo con la solita litania «Mai più Srebrenica».
Sarebbe il caso di non pronunciarla più, questo impegno solenne così svilito dal suo abuso velleitario e vanaglorioso. Facciamo pochissimo perché non ci siano nuove Srebrenica, perché le ragazze della Nigeria ridotte in schiavitù siano liberate, perché ad Aleppo si possa continuare a vivere. E quando impediamo un’altra Srebrenica dell’Isis non sappiamo dire come mai, con quali meriti, con quali strumenti, con quale forza, forza militare anche. È bellicismo ricordarlo? È un cedimento alla retorica guerrafondaia? Ma ci sono altri mezzi, altri strumenti sufficientemente adeguati, per liberare gli oppressi dall’Isis? E per dare un sostegno concreto ai curdi, stretti nella tenaglia tra Isis e la Turchia di Erdogan?







































































































































 
Condividi su Facebook