La balena che sfidò la Bibbia
. Quale libro tremendo. Non è un romanzo ma un’enciclopedia,
che si propone di distinguere e classificare le balene e i
capodogli: pensiamo alle grandi enciclopedie medioevali,
come quella di Isidoro di Siviglia. Tutto vi è, in ogni parola,
infinitamente minuzioso e grandioso: enciclopedia di animali
e di dèi. L’universo delle balene, che prima di allora non era
mai stato rappresentato — Melville vi insiste di continuo —
viene per la prima volta alla luce; e ci travolge con la sua
novità senza pari, sebbene si ricordino tutti coloro che hanno
appena accennato ai capodogli, i più grandi abitanti della terra
e del mare. Quello di Moby-Dick è un sistema: un sistema
precisissimo; eppure questo sistema resta incompiuto, come la
cattedrale di Colonia. «Dio mi guardi mai dal completare
alcunché! Tutto questo libro non è che un abbozzo, anzi
l’abbozzo di un abbozzo»: un abbozzo grottesco, rabelaisiano.
Chi ha composto questo abbozzo? In apparenza, Ishmael,
sebbene non possiamo essere nemmeno certi del suo nome.
Non è un baleniere, ma un grammatico, che possiede una
cultura strana; e diventa un baleniere dilettante. Se lo
studiamo con attenzione, ci accorgiamo che egli non è altri che
Giobbe: ha scritto il più paradossale libro della Bibbia: testo
che ci sfugge come un’anguilla o una piccola murena: più forte
lo si prende, più velocemente sfugge dalle mani.
Nel Libro di Giobbe, Dio prende la parola, e come sua
abitudine esalta sé stesso. Egli si esalta come autore
dell’immensa e meravigliosa creazione di cui è sommamente
fiero.


 
Condividi su Facebook