UNA TRAVERSATA TRAGICA

Da me pubblicato sul mensile" Bolina " di Aprile 2000

Non si è saputo come sia arrivato alle Canarie il navigatore francese sessantenne Henrì, se in solitario a bordo del suo sloop di dodici metri, o con un equipaggio. Rimase nel porto di Las Palmas una quindicina di giorni, in attesa di qualcuno che volesse attraversare l’Atlantico in "boat-stop".

Quando Jean, un giovane suo connazionale, si offrì come equipaggio per i Caraibi, lui cominciò ad esaminarlo con domande sulle sue precedenti esperienze di navigazione. Tutto sembrava andare per il meglio, erano soddisfatti l’uno dell’altro ed il giovane rimase a bordo. Cominciarono i preparativi : controllo di tutte le attrezzature di coperta, le vele, le prese a mare, il motore, la zattera di salvataggio, etc.

In due giorni erano pronti e nulla lasciava presagire il tragico epilogo che avrebbe avuto la traversata.

E Jean, seduto con me in uno dei bar del marina di Gibilterra, davanti ad un boccale di birra comincia il suo racconto : " Non rimaneva che fare cambusa ed Henri, più esperto, scrisse la lista di quello che serviva per una ventina di giorni, con un trenta percento in più in caso di imprevisti. Andai al supermercato con un’auto presa noleggio, per il trasporto di tutto il necessario : frutta, verdure, olio, pasta, farina per il pane, biscotti di tanti tipi, succhi di frutta, etc. Henri intanto scriveva cartoline e lettere da un bar vicino. Una volta stivato il tutto partimmo. Erano le quattro del pomeriggio, avevamo luce a sufficienza per uscire dal porto e mettere la poppa nell’ Aliseo, il vento che ci porterà in America. Mentre Henri accende il motore comincio a mollare gli ormeggi. Ho però la sensazione di aver dimenticato qualcosa, di non avere effettuato tutti i controlli necessari. Penso che sia solo un po’ di ansia.

L’Aliseo ci prende subito a braccetto ed allegri brindiamo all’inizio della nostra avventura. Poi cominciano i turni al timone ed in cucina. Le albe ed i tramonti si susseguono, ogni volta diversi. Spesso il mare al mattino è argentato, un po’ livido perché le nuvole, basse e scure sull’orizzonte, coprono il sole che sorge di poppa.

Di sera il tramonto è di fuoco e spesso il sole si vede in trasparenza dietro lo spinnaker colorato e questi momenti mi ripagano dalle levatacce notturne e del cibo monotono. I delfini ce visitano spesso, giocano sull’onda di prua e talvolta si girano su un fianco per guardarci negli occhi. Sono passati dieci giorni dalla partenza ed abbiamo percorso 1200 miglia. Non è un media brillantissima, ma il vento ora è aumentato decisamente soffiando a trenta nodi costanti sollevando onde che spingono la barca in lunghe surfate"

Una notte sono al timone e dopo aver messo la seconda mano di terzaroli, poggio solo un momento per porgere la poppa ad una grande onda e far sì che passi sotto la barca. Henri si era alzato per fare il caffè prima di darmi il cambio e d’improvviso mi chiede con voce preoccupata come mai non esca più acqua dal rubinetto"

Ecco che cosa abbiamo dimenticato, il pieno di acqua dolce !

Io pensavo l’avesse fatto Henri mentre io ero a fare cambusa, lui credeva ci avessi pensato io perché gli avevo chiesto quanto contenevano i due serbatoi d’acqua . Io, sapendo che ci saremmo portati in barca 600 litri di acqua, pensai non occorresse comprare bottiglie di acqua minerale. I succhi di frutta e le arance erano stati consumati. Non avevamo più nulla da bere. Facciamo bollire delle patate con acqua di mare per mangiare qualcosa di caldo, ma la sete comincia a tormentarci . Ritornare verso le isole di Capoverde col mare contro e trenta nodi di prua è impensabile"

"Non bevo ormai da quattro giorni e riesco a mala pena a stare al timone. Il vento asciuga la pelle arida e le labbra si screpolano. Non riesco più a manovrare le vele e togliere i terzaroli, non ne ho la forza."

Henri non si alza più dalla cuccetta, sta delirando. Mi addormento in pozzetto non so per quanto tempo.

Quando uno spruzzo d’acqua mi bagna il viso mi lecco le labbra piagate sperando sia pioggia, ma era solo la maledetta acqua salata. Non ho idea di quanto tempo sia passato da quando ho chiamato il mio compagno per l’ultima volta senza avere risposta. Rotolo sottocoperta e lo trovo morto, steso sulla cuccetta.

Passa ancora del tempo e comincio a bere l’acqua putrida che trovo in sentina, ma il sapore di gasolio mi fa vomitare."

Ormai mi sento vicino alla fine ; sulla cuccetta il cadavere di Henri comincia a decomporsi e l’odore è sempre più insopportabile : raccolgo le mie ultime energie, come pazzo corro in coperta, metto in mare la zattera di salvataggio, salto a bordo e taglio la sagola che la unisce alla barca e prima di svenire vedo la barca che fila veloce. La zattera balla in maniera infernale sulle grosse onde e qualcosa mi urta il capo : il contenitore di acqua dolce di sopravvivenza ! Bevvi e non so quanto tempo sia passato in stato di incoscienza. Quando mi sveglio sono in un letto di ospedale e sento parlare portoghese. Ero arrivato in Brasile, sulla zattera spinta dalla corrente. Ho saputo più tardi che la barca con a bordo quello che restava di Henri si era spiaggiata indenne su una delle Antille. Lui è arrivato a terra prima di me."



 
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