BRESSANONE

I più bei giorni della mia giovinezza, quelli vissuti da Alpino durante il servizio militare a Bressanone, nella caserma Schenoni. La vita militare fu piacevole se pur disciplinata e il cibo sano, come era sana l’aria, durante le le 2 marcie settimanali con zaino e la Winchester e la ginnastica quotidiana del mattino nel cortile della caserma.
Fra i tanti commilitoni c’era un napoletano verace, finito negli Alpini non si sa come. Uscimmo dalla caserma una sera di gennaio. Dato il freddo intenso, l’unico posto per passare il tempo della libera uscita serale è il bar, a un Km. dalla caserma : con 25° gradi sotto zero e la proibizione assoluta di portare sciarpe o altro sul viso, - si usciva solo in divisa- si bloccano i muscoli facciali obbligandoci , al calduccio del bar, a fare scena muta fino a che, dopo aver massaggiato con energia la faccia, si riesce a chiedere “ Un grappino, per favore”.
Pagai io i primi 2. Poi il mio amico napoletano pagò gli altri 2 e così via fine a che arrivammo al decimo brindisi, tutti in nome della fratellanza fra il nord e il sud. All’undicesimo ordina un caffè amaro per prevenire la sbronza, ma l’altro ebbe la malsana idea di un marsala all’uovo, liquore dolce.
I bevitori sanno che bere vino e vogliono raggiungere l’euforia,
continuano con bevande bevande più alcoliche, ed evitano la ubriachezza.

La sbornia lo assalì funesta, improvvisa. Lo indussi al ritorno in caserma.
Dovemmo camminare su una strada sterrata posta su un terrapieno, ai piedi del quale vi era un campo di verza. Il freddo non esisteva più, cioè noi lo sentivamo più. Si cantava e l’amico si aggrappava alla mia spalla per tenersi in piedi, praticamente lo trascinai fino a ché mi sfuggì la presa e lui rotolò nel buio lungo la scarpata sottostante. Lo chiamai per nome per localizzarlo ma
la sua risposta non venne. Scesi in fondo alla scarpata buia
tendendo le orecchie e sentii un rumore, quello di un erbivoro che pascola: era il mio amico steso bocconi sulle verza, che con le mani in tasca, brucava le foglie di verza ghiacciate, evidentemente per calmare l’arsura dell’alcool.
Ebbi notevolissimi problemi a riportarlo sulla strada, fargli salire le scale della caserma, sdraiarlo sulla sua branda e togliergli gli scarponi. La sbornia era colossale, continuava a cantare e gli scarponi di mezza camerata gli piovevano addosso senza che lui si accorgesse. Non li sentiva, anche quando ne era colpito. Mi ritenni in parte responsabile e le imprecazioni per il risveglio della camerata erano dirette anche a me. Lo trascinai ai lavandini : “ Vedrai” , dissi, “ l’acqua ghiacciata sulla testa ti aiuterà”. In fatti tacque. Lo rimisi a letto di peso. La mattina, al suono della tromba, si alzò, aprì la bocca ma continuò a tacere: era completamente afono. A parte qualche ematoma dovuti agli scarponi ricevuti sul viso, stava bene.



 
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