Jorge Luis Borges ha sentenziato, non senza divertita perfidia, che i romanzi polizieschi anche più ammirati «guadagnerebbero moltissimo se venissero ridotti a racconti brevi». I maestri a modo loro hanno sempre ragione, anche quando hanno torto. Senza contare che il paradosso, qualora a servirsene sia un genio, può trasformarsi in un’arma micidiale. Rispondendogli indirettamente, dal momento che non poteva conoscere quella sentenza borgesiana, ha provveduto però felicemente con le opere un fuoriclasse quale Georges Simenon.

Elogio allo stile di scrittura di Maigret.

A voi, se anziani come me, sarà capitato chissà quante volte di smarrire gli occhiali. Cercate ansiosamente, cercate ovunque e d’abitudine nel giro di cinque, dieci minuti, li avete di nuovo sul naso i vostri occhiali. Spesso è mia moglie che me li recupera. Può accadere, però, che una certa volta le mie e sue ricerche non abbiano successo. Così riprendete a guardare, a rovistare senza darvi pace.
È quanto succede a Maigret, alla fine d’una calda giornata di luglio. Lui non ha smarrito gli occhiali o le chiavi di casa, ma la pipa. Una grossa pipa ricurva, la sua preferita, regalatagli dalla moglie dieci anni prima. Tuffando la mano nel cassetto alla sua destra, dove la ripone d’abitudine, non ha sentito quel corpo di radica venirgli sotto le dita. In tasca? No, la pipa non è neppure lì. Maigret non si dà pace. Si aggira negli uffici del Quai des Orfèvres, apre gli armadi e guarda sulle scrivanie dei colleghi. La sua bella e amata pipa non c’è. Dove può averla dimenticata? Chi può averla presa? I pensieri del commissario sono esattamente i nostri quando ci troviamo in un’analoga situazione. Più la sua angoscia cresce, più siamo portati a riconoscerci in lui e a pensare Maigret c’est moi.


 
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