OCEANO SUD PACIFICO : gli atolli di TUAMOTU.

Nella polinesia Francese

E’ il gruppo di atolli corallini nel Pacifico, fra le Marchesi e Tahiti.
Chi ha letto “ Capo Horn alla vela “ di Bernard Moitessier non può dimenticare la avvincente descrizione dell’avvicinamento alle Tuamotu ed il racconto pieno di emozione dell’entrata nell’atollo di Takaroa , che il grande Bernard trasse parzialmente da un vecchio portolano, scritto al tempo della marineria velica :
“Tra qualche giorno ci sarà la luna piena : l’aspettavamo per attraversare le Tuamotu, arcipelago di atolli, bassi, pericolosi, disseminati come una barriera tra le Marchesi e Tahiti“ e, più avanti, racconta :”la scogliera nuda viene segnalata dai frangenti. Con tempo calmo si vedono solo quando,per così dire, si è già sopra . Lo stesso quando si è disturbati dal sole. Non cercate di prendere terra di notte se non in condizioni eccezionalmente favorevoli. Di notte o quando l’orizzonte si copre, allontanarsi immediatamente dalle isole nelle quali si prende o si teme di prendere terra e tenersi a 10 miglia almeno, a causa delle correnti.

E più avanti ancora Moitessier afferma : “nessuna entrata di notte, nessuna finezza tecnicamente perfetta d’attraccaggio a banchina tra due imbarcazioni , nulla di ciò che ho conosciuto fino a quel momento può paragonarsi , nemmeno alla lontana , all’intensità di quello scatto a vela nel canale del mio primo atollo, Takaroa. A dritta e a sinistra il corallo affiorante fila ad una velocità vertiginosa, smagliante dei colori........... “
Leggendo queste righe giusto nel tragitto Marchesi - Tahiti ero più invogliato a passare a Nord dell’arcipelago ed allungare il percorsi di circa 100 miglia ma poi, contagiato dall’entusiasmo del mio secondo, soprattutto pensando che al tempo di quello scritto non c’era ancora il GPS, che ora facilita notevolmente problemi di navigazione, decisi di puntare diritto su Takaroa , ripromettendomi di attraccare al molo interno alla passe, vicino al villaggio, lo steso molo che Bernard Moitessier evitò perché a vela è troppo rischioso, dato il vento e soprattutto la corrente di marea. Saremmo entrati all’interno dell’atollo in un secondo tempo: non certo perché pensassimo di essere più coraggiosi del grande Bernard , ma perché avevo deciso che ad un miglio dall’entrata
avrei fatto ammainare le vele e l’accosto l’avremmo fatto a motore : per la prima volta non maledissi quel barcone male attrezzato e mal progettato, fatto per la navigazione “ di porto “ e non certo per fare il giro del mondo, ma dotato di un potente motore. La seconda ragione che mi ha convinto ad entrare proprio a Takaroa è stata la constatazione che la posizione dell’atollo era proprio sulla rotta per Tahiti .

Confesso che ero teso, le mani contratte sulla ruota del timone, gli occhi puntati sulla lunga striscia di palme che affioravano dal mare, a quattro miglia dalla prua, intento a scorgere prima di tutto la corona di corallo bianco di cui è fatto l’orlo dell’atollo (emerge un paio di metri) poi l’entrata della “passe”, la stretta apertura naturale, l’unica che permette di entrare nell’atollo. Eccola, forse è dove le palme di cocco sono più rade ! No, forse è più a destra, avviciniamoci ancora. !
La corrente ora è fortissima, ma è a favore .Giù le vele e i 140 cavalli del motore portano l’imbarcazione davanti all’imboccatura della passe . Duccio dalle crocette indica gli scogli che sono visibilissimi perché siamo arrivati col sole alle spalle: l’imboccatura è ad imbuto e l’acqua che entra nell’atollo è come un fiume di un colore verde brillante che corre nel blù della laguna , un fiume pieno di gorghi e mulinelli. Ormai siamo a poche decine di metri dall’entrata, siamo al punto di non ritorno : via , la corrente ci porta dentro, il motore è al minimo, stiamo accostando al molo, a poche decine di metri dopo l’entrata .Una cima da poppa e subito una da prua e la barca è ferma , contro il molo .Solo dopo aver messo gli springs ci stringiamo in un abbraccio. Ci siamo finalmente !. Fra un paio di giorni percorreremo i trecento metri della passe a gomito che ci porterà all’interno della laguna. Ora ho conosciuto la corrente degli atolli e non sono preoccupati : ogni sei ore la corrente, dopo un breve tempo di stanca inverte il senso ed esce dall’atollo con la stessa velocità con cui entra. Per tre giorni godiamo l’ospitalità degli isolani, fra inviti alle loro abitazioni e pasti a base di pesce crudo e cocco da bere, ed un invito in barca a base (non occorrerebbe dirlo) di spaghetti al sugo. Ma è ora di entrare in laguna : molliamo gli ormeggi con la corrente a favore e la barca fila in una specie di trincea di coralli colorati, un fiume lungo trecento metri che ad un certo punto è sbarrata da un gorgo : li ci sono gli scogli . Bisogna girare a sinistra di novanta gradi, facendo girare la ruota del timone a grande velocità, dato che il maledetto è demoltiplicato vergognosamente con l’intento, secondo il progettista, di far risparmiare fatica al timoniere ! !. Finalmente siamo dentro e navighiamo a zig -zag in un lago verde e azzurro, con grossi coralli simili a funghi gialli sommersi che per fortuna sono ben visibili : sono teste di corallo larghe qualche metro, coperte da pochi centimetri di acqua. Stiamo all’ancora per un giorno e di nuovo è ora di ripartire : è il momento della corrente in fase di stanca. Quando ci avviciniamo al gomito a novanta gradi, passato il quale rifaremo il percorso di entrata ma per uscire, vediamo con costernazione due pescatori locali che hanno la barchetta ancorata proprio all’imboccatura interna della passe, quasi sulla curva a gomito, e non ci vedono perché stanno pescando con maschera e fucile subacqueo .
Viro e riviro nelle acque della laguna suonando continuamente la tromba da nebbia mentre Duccio, sulle crocette, continua a segnalarmi le teste di corallo : non so quanto tempo passa prima che i pescatori si siano accorgano di noi, ma finalmente ci lasciano libero lo spazio tra la barchetta ancorata e gli scogli, più o meno 5 metri .Ma quando siamo arrivati nel “fiume” la corrente è contro di noi , la fase di stanca è finita : vedo la barca avanzare con la velocità stimata di due nodi , fra due ali minacciose e vicinissime di corallo tagliente, mentre il log segna 8 nodi. Per un secondo penso di rientrare nella laguna ed aspettare l’inversione della corrente ma mi è subito chiaro l’alto rischio di una manovra di inversione di rotta in quella circostanza. La concentrazione è totale e solo con la coda dell’occhio rivedo il molo del villaggio e i colori smaglianti della passe : finalmente sono in acque libere, l’oceano aperto e in quel giorno bonario mi rilassa e posso scendere al carteggio per la nuova rotta : Tahiti.


 
Condividi su Facebook