MEMORIA STORICA DI MONTICHIARI. Guerra e pace.

( Tolstoi non c'entra)

La contrada “del Castel” così chiamata perché sul colle vi era il castello del Conte Bonoris, inizia con una breve salita da Piazza Duomo, si estende per circa 700 metri a lungo l’odierna via 25 Aprile. Qui la contrada finisce e la via prosegue scendendo curvosa verso lo storico Borgosotto, ricco d’importanti magioni e di un grosso “ Stabilimento di Giocattoli” in legno della ditta Poli. Condensati nel breve tratto della contrada vi erano personaggi di un certo riguardo e molte sedi istituzionali che elenco a memoria: la casa di Monsignor Quaranta, colto e pugnace Abate che nelle sue prediche dal Pulpito senza impianti amplificatori (bei tempi), si faceva sentire con chiarezza, coraggioso portavoce del non espresso antifascismo di una gran parte dei monteclarensi, ormai stanchi della guerra; la Cassa Rurale detta “di Gennari”, l’Asilo infantile Principessa Mafalda, tutt’ora esistente, la” Casa del Fascio”; la Biblioteca Comunale; il “Consorzio Acque”; l” Associazione Combattenti”; l’Ufficio Imposte di consumo, la Tipografia Lamperti, due negozi di Tessuti e scampoli, due sartorie e altrettante fornerie, più un negozio di materiale elettrico; in quell’epoca c’erano lampadine, isolatori di porcellana, fili della luce, interruttori dell’epoca, nastri isolanti, fornelli elettrici, pile da 4,5 volt e pochi lampadari.

Vi abitava pure il sacrista dell’Abbazia, che divenne uno dei primi Sindaci dopo un ventennio di Podestà. I miei genitori gestivano un’osteria, dove vissi la mia giovinezza. All’inizio della guerra conobbi come clienti militari dell’Esercito, poveri fanti del sud, che venivano a scolarsi un bicchiere di vino e sfamarsi con manciate di Ceci cotti al forno, inviati per posta dalle loro famiglie. Poi vennero i giorni dei Militi Fascisti, sottufficiali alloggiati nella casa del Fascio. Vennero, prima del fine guerra i tedeschi, soprattutto piloti dal Campo d’Aviazione di Ghedi che capitavano nell’osteria la sera. Sopra il cortile di casa s’innalzavano le mura del castello: durante il passaggio a bassa quota di un caccia americano (ormai il fronte di guerra era vicinissimo) uno degli ufficiali tedeschi che occupavano il Castello si sporse dalle mura e sparò- vanamente- all’aereo. Fra i clienti un pilota mi prendeva sulle ginocchia, mi pettinava, dicendomi che aveva in Germania un bambino che aveva la mia età.

Al tempo l’atmosfera non inquinata era tersa e la visibilità perfetta. Nemmeno l’inquinamento luminoso esisteva, perché l’illuminazione pubblica era scarsa e inoltre c’era “Pippo” piccolo aereo notturno che buttava bombette sopra il tetto delle case, rompendo tegole e vetri quando vi era una finestra non perfettamente “oscurata”. Una luce accesa poteva essere la segnalazione per aerei nemici. Però per un anno circa il motore di quell’aereo impediva spesso il sonno. Tempo dopo passavano su Montichiari i bombardieri anglo-americani per bombardare Brescia: lo stormo dei bombardieri, forse una dozzina, volava alto e compatto e si allargava quando era su Brescia. Vedere chiaramente le bombe scendere, e sentirne il boato alla distanza di 20 Km. era una sofferenza, mitigata solo dalla certezza che in quel momento noi eravamo in salvo.

La Guerra stava per finire e per tre o quattro settimane, sempre il giorno di Domenica circa alle 11,30 due caccia bombardieri con due bombe ciascuno sospese sotto le ali: cercavano di colpire il ponte sul fiume Chiese, per tagliare la strada ai tedeschi in ritirata verso nord.

Il punto cospicuo di sgancio delle bombe, era la grande cupola della nostra Abbazia: scendevano veloci col muso puntato sul ponte e mollavano le bombe sulla verticale della Chiesa e subito cabravano e sparivano verso sud, mentre le bombe proseguivano la traiettoria e cadevano nelle vicinanze del ponte, a poche centinaia di metri in linea d’aria.

Era diventato lo spettacolo domenicale, dopo la messa cantata: nessuno era spaventato, la guerra non faceva più paura, stava per finire. In una di quelle domeniche, rimasi in Chiesa con un amico per il ringraziamento, doveroso dopo la Comunione. Dissi entusiasta all’amico: sarebbe bello se colpissero noi, siamo in Grazia di Dio e andremmo subito dritti in Paradiso. Eviteremmo una vita piena di guerre, la vecchiaia, una morte dolorosa e anni di Purgatorio. O addirittura l’Inferno se morissimo in peccato mortale senza potersi confessare. Il mio amico non fu d’accordo, preferiva arrischiare ma vivere.

Questo discorso fu il frutto del mio indottrinamento: andare in Paradiso era facile, l’importante era potersi pentire in tempo, ci aspettava il Purgatorio, anche se eri in peccato mortale, (per esempio una bestemmia, o giocare ai dottori con le bambine coetanee). Bastava poi che qualcuno facesse dire messe in suffragio per accorciare la pena del Purgatorio. Scelte fatte più avanti nella mia giovinezza derivarono da quel tipo di condizionamento. Il ponte sul fiume Chiese fu infine distrutto. L’ultimo estate di guerra, a tarda sera, dalla collina di san Pancrazio si vedevano benissimo le luci del campo d’aviazione di Ghedi e le luci degli aerei tedeschi, che decollavano per sconosciute e brevi missioni di guerra. Un’avventura, per me e per l’amico Beppe nelle ultime sere di guerra: salire sul monte al buio e contare il numero degli aerei che decollavano. Lo facemmo per tre sere. Una dozzina decollavano ogni sera, poi all’atterraggio, dopo un’ora circa, mancavano sempre due o tre. Una sera il pilota tedesco che frequentava l’osteria,mi pettinò piangendo: disse che doveva partire quella notte stessa per una missione. Non lo vidi più. Non capivo e non capirò mai: perché cercare la sofferenza con la guerra? Voluta da un piccolo gruppo di persone e genera miglaia di morti.

Questo uno dei tanti ricordi della seconda guerra mondiale, che credevo dimenticati dopo mezzo secolo di assenza da Montichiari.


 
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