SBARCO IN MAROCCO n° 4


Mar Tirreno, Castiglione della Pescaia; partiamo con una barca auto-costruita da un medico in pensione.
L’equipaggio, oltre a me, tre amici: Duccio Colombi, Fulvio Angelini e Marcello Tomolillo, tutti esperti velisti. La meta: il Venezuela. Chiedo all’armatore se in barca ci sono le carte nautiche necessarie per il mediterraneo sino a Gibilterra. “Le abbiamo a bordo”. Scendo al tavolo di carteggio e trovo la carta della costa orientale dell’Italia, dove si vedono anche la Corsica e la Sardegna, divise dallo stretto di Bonifacio . Traccio la rotta per Bonifacio e cerco altre carte più dettagliate dello stretto, famoso per il gran numero d’isolotti e scogli. Chiedo e l’armatore dichiara che non ha altre carte per il Mediterraneo, a lui non interessano, tanto lui in Italia non ci tornerà più.
La dichiarazione della mancanza di carte a bordo lascia di stucco l’equipaggio. L’armatore, (dialetto bresciano –armadur-) che si rivela un personaggio antipatico ed egoista, oltre che tirchio, dai miei amici è battezzato Armaduk, nome del cane compagno di Ambrogio Fogar durante la dubbia traversata del Polo Nord. Per non farla lunga: sopportiamo Armaduk per amore del mare: con rammarico ordino di togliere lo spinnaker per fermare la barca in attesa della luce del giorno per entrare senza carte nelle Bocche di Bonifacio. Tralasciamo le molteplici peripezie di Armaduk alle Baleari, a Gibilterra.
Dopo l’uscita dallo stretto di Gibilterra, nella notte, passando al largo della costa del Marocco una luce intensa è riflessa in cielo: è la città di Rabat. Più avanti, verso il mattino, viene decisa una visita a Casablanca: nebbia fittissima nelle ore del mattino, come sempre nella piattaforma continentale dell’Africa occidentale, non si vede la costa ma sopra la nebbia in alto spunta una torre: avanziamo lentamente con gli occhi puntati verso l’invisibile porto, mentre vedo una meda in ferro, ovviamente con la prescritta luce spenta , dalla quale miracolosamente passiamo a pochi metri. Questo episodio mi ha fatto ricordare un articolo di Piero Ottone, del Corriere della Sera,fortunatissimo perché era il momento della bassa marea e entrò nel porto di Casablanca camminando con l'acqua alla gola tenendo con una mano il portafogli e i documenti sulla testa.
Noi visitiamo il Caffè del Film omonimo " Casablanca", con Bogart. L’indomani, col biondo Marcello vado nella Kasba per acquistare frutta e cibarie per la cambusa. Il migliore succo di arancia della mia vita l’ho gustato quel giorno, anche se bevuta in un bicchiere sciacquato in una catinella, unica fonte per lavare i bicchieri. Ci seguiva in continuazione un gruppetto di uomini, attratti enormemente dai peli biondi e cappelli riccioluti di Marcello, offrivano di accompagnarci ovunque volessimo. Dovemmo fare faccia dura per liberarcene.
Usciti dal porto rotta per le canarie, dopo qualche ora il motore improvvisamente si spegne. Tentativi vari non servono: fortunatamente becchiamo il vento, l’aliseo, che in pochi giorni ci porta fino alla prima delle Canarie: Lanzarote. L’emozione dell’entrata in porto a vela, proibitissimo, ma avremmo dovuto chiamare un costoso rimorchiatore. Armaduk mi cede il timone, rimane zitto mentre i miei amici preparano le cime di ormeggio bene adugliate a prua e a poppa, pronti per il lancio delle cime e il salto a terra. Al mio ordine “ammainare” (conoscevo l’inerzia della barca scegliendo così il momento adatto dell'ammainata) e l'equipaggio,esegue con velocità e sincronia. Manovro il timone la barca con lentezza accosta alla banchina. Un salto a terra dei tre dell'equipaggio e dopo 20 secondi la barca era ormeggiata. Applausi, perché abbiamo dimostrato che i velieri di un tempo, senza i motori, ormeggiavano sempre in questo modo.


 
Condividi su Facebook